Sì alla moschea, ma nella reciprocità

A colloquio con don Benini, delegato per il dialogo interreligioso: “Con i musulmani ci sono più punti di contatto rispetto alle divisioni. E’ importante che anche nei Paesi islamici sia data ai cattolici la possibilità di costruire chiese”.

Nessuna opposizione all’ipotesi di una moschea cesenate da parte della Diocesi e dei cattolici locali, nel solco e nello spirito del Concilio Vaticano II. Una posizione forte e chiara quella monsignor Bruno Benini, delegato vescovile per il dialogo interreligioso: “Ci siamo già espressi altre volte sull’argomento, lo ribadiamo ancora una volta: come cattolici non possiamo dire no ad una moschea o ad un qualsiasi altro edificio religioso. La libertà religiosa è un valore proprio del mondo civile. I rapporti tra le diverse religioni e la società, ad ogni modo, devono essere sempre improntati al reciproco rispetto”.

Ed è proprio sul rispetto che monsignor Benini pone l’accento più volte, un rispetto che può nascere solo dalla conoscenza reciproca: “Confrontandosi e conoscendosi, nel dialogo interreligioso, si possono risolvere tutti i problemi. Spesso però le difficoltà vengono dall’interno del mondo islamico, che non è in grado di proporre un interlocutore unico”.

Don Bruno ricorda le tante dichiarazioni fatte nel corso di incontri interreligiosi a livello mondiale, spesso alla presenza del Papa, così come la visita dei pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nelle moschee: “Visite avvenute non solo nei paesi islamici, ma anche in Italia. Pensiamo alla grande moschea di Tor di Quinto, in grado di competere con le sue dimensioni con il cupolone di San Pietro. E’ una cosa bella che a Roma ci sia una moschea, lo ribadì anche il Papa. Bisogna sottolineare però che la comunità islamica romana, per rispetto delle tradizioni locali, ha costruito la grande moschea con discrezione e circondandola da folta vegetazione. Piccoli gesti che testimoniano nondimeno rispetto e attenzione reciproca”.

Spirito conciliare

Rispetto espresso dalla Chiesa ai suoi più alti livelli con la dichiarazione conciliare del 1965 “Nostra Aetate“: “Qualche tempo fa nel corso di un incontro con i musulmani cesenati – spiega monsignor Benini – lessi loro alcuni passi tratti da quel documento, pieno di citazioni agli addentellati comuni tra le nostre fedi. Nessuno di loro lo conosceva e ne rimasero piacevolmente sorpresi”.

La “Nostra Aetate“, il cui titolo formale è “Le relazioni della Chiesa con le Religioni Non Cristiane”, al paragrafo 3 tratta dei “punti di contatto con i musulmani e l’invito ad una mutua comprensione”: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”.

La Dichiarazione conciliare poi prosegue condannando ogni sorta di odio, discriminazione, e persecuzione per motivi di razza, di colore, di condizione sociale, di religione, ricordando che “chi non ama, non conosce Dio”. Allo stesso modo, ed in altri documenti e dichiarazioni, la Chiesa e l’Islam hanno riaffermato la necessità di voltare pagina lasciandosi alle spalle le tante pagine buie della storia, dalle crociate alle invasioni arabe.

Cammino comune

Se le basi ci sono, dunque, quali sono i passi da compiere tra cristiani ed islamici? “Occorre un cammino comune – risponde don Bruno – dove ci si possa incontrare per dire cose che riguardano gli uni e gli altri. Questo qua e là accade, qualche iniziativa c’è. In questo modo non si risolvono subito i problemi, ma intanto si lavora per affrontarli a livello profondo. Il dialogo tra le fedi è sempre fruttifero, prima di tutto per i cattolici stessi. I musulmani immigrati in Italia devono però riconoscere la loro condizione di ospiti. Una volta ascoltai un imam dire che la Sharia (legge islamica ndr) in Italia era determinata dalle leggi locali e dunque, in ultima istanza, dalla Costituzione della Repubblica. Mi complimentai con lui, augurandomi non fosse un caso isolato”.

Il dialogo ed il cammino comune non possono tuttavia ignorare la problematica dei luoghi di culto cristiani in certi paesi di fede islamica: “In molti di quei paesi – spiega monsignor Benini – non c’è distinzione tra potere politico e religioso. E tutta l’Arabia, nell’accezione più larga, viene considerata una terra sacra, come una gigantesca moschea, impedendo l’edificazione di chiese cristiane. Si tratta di un problema che non è possibile ignorare”.

A livello locale don Bruno condivide il consiglio dato alla comunità islamica dal pastore protestante degli Avventisti: “Nel corso di un incontro il pastore disse loro di non avere paura: la moschea arriverà. Ma disse anche loro di non avere fretta: le discussioni non sono tempo perso, ma tempo impiegato nel conoscere meglio la realtà locale, istituzioni e società, facendo cadere gli steccati reciproci”.

La lunga attesa per un luogo di culto islamico, dunque, può essere un tempo di semina in grado di portare frutti maturi in entrambe le comunità: “La Chiesa, dopo qualche tempo, ha considerato una benedizione la perdita del millenario potere temporale ed ha stipulato un concordato con lo Stato. Così come previsto dalla Costituzione gli islamici e le altre religioni devono stringere accordi con lo Stato. Le autorità civili, dal canto loro, devono tenere conto anche degli aspetti sociologici di questi rapporti, operando alla luce del sole ed in piena chiarezza”.

Michelangelo Bucci

Pubblicato venerdì 2 luglio 2010 alle 00:00

3 risposte a “Sì alla moschea, ma nella reciprocità”

Commenti

  1. Alberto Busato 03 Lug 2010 / 12:06

    Non è questione di costruire la Moschea, ma di come gestirla. O abbiamo dimenticato che esiste il terrorismo (…), che ci sono i KamiKaze indottrinati (…) e che le fatwe imperversano?
    A.B.

  2. arrigo 03 Lug 2010 / 13:54

    “I rapporti tra le diverse religioni e la società, ad ogni modo, devono essere sempre improntati al reciproco rispetto”. Il rispetto il cristiano deve darlo senza se e senza ma…
    (interpellate Ezio Bianchi su questo…)

    Ancora con questa reciprocità….. parola che non esiste nei vangeli:
    “Ama il prossimo tuo come te stesso” a prescindere che lui (il tuo prossimo) ti ami.
    debbo chiedere “reciprocità” ai miei nemici che sono OBBLIGATO AD AMARE?
    La reciprocità puo’ chiederla uno stato ad un altro stato, negli accordi bilaterali (come succede in molti campi; vds. estradizione)
    il monsignore tira in ballo la “solita” Arabia Saudita…. mica chiedono di aprire una moschea nella Città del Vaticano…..Mi risulta che in: Libia, Marocco, Algeria, Egitto, Siria, Giordania, Libano Turchia, ecc… ci siano cristiani con i loro vescovi ed i loro preti; non mi risulta invece che in Grecia i cattolici siano tanto presenti con le loro strutture (vescovi e preti) e nessuno si scaglia contro i “fratelli ortodossi greci”
    “ama e fa quello che vuoi” (S.Agostino)

    Io sono contento, come cristiano, quando qualcuno chiede di poter pregare Dio in un luogo decente, Vi ricordate la giornata di preghiera di Assisi con Papa Giovanni Paolo II ed un centinaio di capi di tutte le religioni del mondo? Ecco quella è la strada da seguire

  3. stefano angeli 05 Lug 2010 / 11:34

    Da consigliere comunale mi sono battuto contro la realizzazione della moschea a Cesena e non rinnego questa scelta, supportata da molte ragioni che provo a sintetizzare. Innanzi tutto c’era il caso specifico, del capannone di via Longo, acquistato ufficialmente per un centro studi, ma ben presto trasformato in moschea. Uno dei principali dubbi che sollevava questa operazione era la dubbia provenienza del denaro usato per l’acquisto e credo che in Italia esistano leggi che obbligano chi fa acquisti per centinaia di migliaia di euro a darne conto della provenienza dei denari, contro fenomeni di riciclaggio ecc… La risposta dataci, ovvero che provenivano da una colletta, era risibile. Poi c’è l’aspetto dei rapporti tra le confessioni religiose e lo stato italiano. La Chiesa cattolica ha , ad esempio, il Concordato, ma anche le altre principali religioni hanno accordi sottoscritti e convenzioni, non è così con l’Islam. La religione islamica, prorpio perchè divisa e priva di una rappresentanza univoca e riconosciuta non ha mai sottoscritto accordi di riconoscimento reciproco con lo Stato. Ma ancor di più la religione islamica non può sottoscrivere accordi con uno stato laico identificando stato e religione in un tutt’uno. Non è poi possibile parlare di simiglianza se si parla di Chiese, ad esempio cattoliche, e moschee, perchè la moschea non è una chiesa, ovvero un semplice luogo di culto. La moschea è scuola coranica, è tribunale islamico, è luogo di incontri e dibattiti politici, è centro di indottrinamento e purtroppo è anche spesso centro di istigazione al fanatismo e collateralismo al terrorismo (…). Questi ultimi pericoli sono quantomai reali e comprovati come provano numerosi casi di arresti e condanne di elementi che, anche nelle nostre zone, utilizzavano le moschee a tali scopi. Illusoria è poi la nozione di poter controllare cosa avviene in questi siti, innanzi tutto se sono (come in via Longo) privati e quindi inibiti ai controlli delle forze dell’ordine se non su mandato del magistrato, e poi per l’uso della lingua araba ancor oggi incomprensibile alle nostre forze di polizia, molto impreparate su questi fronti.

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