Una lettera di Michelangelo Buonarroti al vescovo di Cesena

Notizie di arte, storia e cultura  a cura dell’Ufficio diocesano per l’Arte sacra e i Beni culturali

Quando nel 1547 Michelangelo Buonarroti venne nominato da Paolo III sovraintendente alla Fabbrica della basilica di San Pietro, succedendo ad Antonio da Sangallo, non poteva certo immaginare che, di lì a poco, sarebbe rimasto senza il suo potentissimo committente e protettore.

Papa Farnese moriva infatti il 10 novembre 1549. Nell’attesa del nuovo pontefice, il 22 novembre di quell’anno, con decreto dei responsabili della Fabbrica, vennero interrotti i lavori in San Pietro ed il cantiere e i materiali di lavoro confiscati e chiusi a chiave.

La nuova situazione determinò, come ovvio, la sospensione dei salari per tutti gli artigiani, carpentieri e muratori che a quella impresa stavano lavorando. Il Buonarroti dunque si trovò in gravi difficoltà economiche e, preoccupato anche della sorte dei suoi collaboratori, fu costretto a ricorrere all’aiuto dei suoi mecenati e amici.

Tra questi, scelse di rivolgersi anche a Cristoforo Spiriti, allora vescovo di Cesena, al quale, in una breve lettera del gennaio 1550, conservata nell’archivio segreto vaticano ed esposta di recente in Campidoglio, a Roma, descrisse le circostanze che avevano portato a una situazione per lui tanto umiliante e difficile.

L’artista scrisse che i suoi operai erano rimasti nella Fabbrica «a guardarla e a difender l’ammunitione e l’altre cose da soldati, con pericolo della vita»; ma non potendo provvedere egli stesso alla paga, temeva che dalla situazione ne potessero derivare un «danno di parechi migliara di scudi» e un probabile «scandolo».

Eletto Giulio III il 7 febbraio 1550, la vicenda trovò una soluzione e il 13 marzo successivo il presidente della Fabbrica di San Pietro intimò e ottenne che a Michelangelo fossero restituite le chiavi del cantiere.

Christophorus de Spiritibus fu vescovo di Cesena dal 1510 al 1556, ma nel 1545 il governo della diocesi venne affidato al giovane nipote Giovanni Battista Spiriti in qualità di coadiutore con diritto di successione. Dal 1550 Christophorus ebbe anche il titolo di patriarca di Gerusalemme.

Non sono molte a Cesena le tracce lasciate da questo vescovo, che risiedeva abitualmente a Roma, ma nella cattedrale, al centro del soffitto della vecchia sacrestia, è tuttora visibile il suo stemma, e in Malatestiana è conservato un codice manoscritto (D.I.2), dei secc. XV-XVI, che a partire dalla c. 143 contiene una serie di epigrammi di Francesco Uberti a lui dedicati (dal catalogo della mostra Lux in arcana. L’Archivio Segreto Vaticano si rivela e dal sito della Malatestiana).

Pubblicato giovedì 12 luglio 2012 alle 00:01

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