Aneddoti e tradizioni romagnole: la malattia

L’anima è eterna, il corpo no! Ma oggi sembra che si viva pensando esattamente il contrario. È il corpo che interessa e quando il corpo non ci da più le soddisfazioni a cui ci siamo abituati, ecco che inizia la giaculatoria: “A cosa serve vivere, ormai è andata, per me è finita” e anche peggio.

Dell’eternità dell’anima sembra che non interessi pubblicamente più a nessuno. Quando siamo in salute ci sentiamo immortali e non ci turba il giudizio di nessuno, ma la cruda verità è che siamo tutti appesi a un filo e preferiamo nascondercelo; parliamo di massimi sistemi, ma una febbre che non passa è ancora in grado di affliggerci intimamente.

Un tempo tutti sapevano leggere le conseguenze di certi segnali, troppe volte visti e codificati in facili proverbi. “L’arcaduda l’è péz che la malatì / La ricaduta è peggiore della malattia”; la convalescenza è il periodo che segue la guarigione e serve a riprendere le forze.

Si tratta di un periodo molto delicato, nel quale è sempre possibile una pericolosa rivincita del male. Infatti: “Dala malateia us pò guarì, mo dal’arcaduda us pò murì / Dalla malattia si può guarire, ma dalla ricaduta si può morire”.

Tutti erano unanimi nel consigliare il letto: “E vàl piò l’arpòs e che e’ brod d’gapôn / Vale più il riposo del brodo di cappone; oggi invece la pubblicità ci insegna che se abbiamo la febbre non dobbiamo rinunciare alla partita di tennis, alla cena con gli amici, basta prendere la compressa reclamizzata.

Durante il decorso della malattia ecco alcune frasi che si dicevano per descrivere velocemente, ma altrettanto efficacemente, lo stato di precarietà di un convalescente: “L’ mez alvê ; U n’ fa vela ; U n’ è propi ligètum; L’è stê a bàtar l’òss / È mezzo alzato; non fa vela; non è proprio legittimo; è stato a bussare la porta della morte”.

Abbiamo visto fin qui il convalescente. Ora esaminiamo tutti i segni che facevano dire inequivocabilmente che l’ammalato non ce l’avrebbe fatta. Iniziamo dal forte dimagrimento: “Pèll e òss, terra adòss / pelle e ossa, terra addosso”, anche la mancanza della percezione del dolore faceva mal sperare: “Quând ch’un s’sênt e’ mèl, l’è cativ ségn / Quando non si sente il male, è cattivo segno”.

Quando poi l’ammalato vaneggia e dice che vuol andare via, è segno infausto: “Se l’amalê e’ zavaja, e e’ dis ch’e’ vô andê vi’, l’è segn ch’l’ha da murì / Se l’ammalato vaneggia e dice che vuole andare via, è segno che deve morire”.

Infine, vi voglio lasciare accennando alle massime che invitavano alla rassegnazione e a concludere l’esistenza con dignità e in pace con tutti: “Quând ch’un gni è rimédi e bsogna pigh al cavèzz / Quando non c’è più rimedio bisogna piegar le cavezze, ovvero arrendersi”.

Anche per questa settimana è tutto. A giovedì prossimo, e tutti in salute naturalmente.

Diego Angeloni

Pubblicato giovedì 14 settembre 2017 alle 00:02

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