Aneddoti e tradizioni di Romagna: il Matrimonio

La scorsa settimana abbiamo incontrato una gentile signora, Maria Manuzzi, che ci ha raccontato la storia della casa di Bellaria infestata dai fantasmi. Narrandoci i fatti accaduti in quel luogo, ci ha fatto conoscere le vicende della famiglia Bandilöin, che meritano di essere conosciute.

Come ci si sposava tra il popolo negli anni 20 del ’900? Avremo uno spaccato preciso della società e di come i problemi legati al quotidiano, come sopravvivere, avessero la meglio anche sui sentimenti.

Ma sentiamo la signora Manuzzi: “Come le dicevo la tremenda influenza del 1919, la Spagnola, lasciò vive nella casa dei Bandilöin solo le donne e i bambini, la zia Ernesta i suoi tre figli piccoli e ben cinque sorelle tutte da sposare, una situazione che non poteva reggere per molto tempo. Così mio nonno obbligò un mio zio che aveva già una moglie e due figli a trasferirsi in quella casa fino alla maggiore età dei suoi tre nipoti, figli di suo fratello morto per la spagnola. In un primo momento lo zio fece qualche resistenza ad abbandonare la casa di Bellaria Monte dove sarebbe diventato l’arzdor e soprattutto era orgoglioso di portare avanti il nome della casata. Ma col nonno non si discuteva e lo zio dovette presto trasferirsi con la famiglia nella casa in via Settembrini e diventare così con suo immenso dispiacere anche lui un Bandilöin. Appena lo zio arrivò capì subito che in casa c’erano troppe donne: la moglie, la cognata e cinque sorelle. Bisognava fare qualcosa! Così come arzdor di casa convocò i fidanzati delle cinque sorelle della zia Ernesta e diede loro il suo ultimatum: entro sei mesi dovevano sposare le fidanzate e in cambio avrebbero avuto un quintale di grano ciascuno. La fame e la miseria di quel periodo fecero sì che il quintale di grano fosse un buon incentivo e in breve tempo ci furono quattro matrimoni. Passa un anno e la più piccola delle sorelle non si è ancora sposata e allora lo zio convoca di nuovo il fidanzato per sapere le ragioni. Il colloquio andò più o meno così: “Allora ci decidiamo al matrimonio sì o no?!”. Il fidanzato: “Vede noi siamo molto poveri e un quintale di grano è poco”. Lo zio, che era una persona pratica e che doveva pensare alla moglie, ai due figli, alla zia Ernesta e ai suoi tre figli, disse: “Facciamo due quintali e la sposi subito”. Da lì a poco ci fu anche il quinto matrimonio! Veramente altri tempi quando un quintale di grano faceva la differenza.

La signora Maria Manuzzi è un fiume in piena e per farmi capire meglio che una volta il matrimonio era inteso come la risoluzione dei problemi della vita pratica mi racconta la storia di Gioacchino, un suo parente, che si sposò ben cinque volte perché rimasto quattro volte vedovo. Divento molto curioso e chiedo a Maria di raccontarmi qualche particolare e subito la gentile signora incomincia: “Gioacchino sposò la prima moglie che morì tre giorni dopo il matrimonio per la terribile Spagnola, ma non fece in tempo a tornare dal cimitero che subito gli consigliarono una ragazza, la Nina, che egli sposò appena terminato il periodo di lutto. Da lei avrà due figli e l’unione durerà vent’anni fino alla sua morte. Gioacchino sposerà poi la terza e la quarta e la quinta moglie finché a tarda età sarà lui a lasciare questo mondo. Di lui è rimasta celebre la frase che pronunciava ogni volta uscendo dal cimitero dopo aver seppellito la consorte di turno: “Signurin avdì che andem pu ben! Me av lì port morti, Vò amlì dasì vivi! / Signore vedete che andiamo bene, Io ve le porto morte, Voi me le date vive!”.

E anche per oggi è veramente tutto. A giovedì prossimo.

Diego Angeloni

Pubblicato giovedì 7 settembre 2017 alle 00:01

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