La storia di una famiglia affidataria: “Quando incontri gli occhi di un ragazzo semplice…”

Dalla seconda newsletter della Commissione diocesana Gaudium et Spes, dedicata al tema dei migranti, prendiamo la testimonianza degli sposi Luciana e Paolo. Dopo un affido che va avanti da sette anni, ora in casa di questa famiglia (ci sono anche quattro figli naturali) è arrivato un ragazzino ivoriano.

“Un avviso che si mette – dicono i due coniugi che hanno portato la loro testimonianza in un incontro pubblico svoltosi a Cesena il 16 maggio scorso per la presentazione del libro di don Luigi Giussani “Il miracolo dell’ospitalità” – è una provocazione anche per se stessi per cui ci siamo sentiti interpellati personalmente. Potevamo essere come famiglia un punto di bene e di accoglienza”.

Del testo del loro intervento pubblichiamo di seguito ampi stralci. E lo facciamo come approfondimento della settimana, assieme alla storia di Giulia e Filippo per rimanere in tema di accoglienza, ospitalità e fragilità, come proposto dall’anno pastorale che si avvia ormai alla conclusione. Il testo integrale sarà consultabile sul sito del Corriere Cesenate o tramite il link della newsletter.

Luciana e io siamo di Cesena. Abbiamo quattro figli naturali e da circa sette anni abbiamo in affido un ragazzo indiano che oggi ha 17 anni. E’ arrivato a 10 anni pieno di segni lasciati dalla sua storia molto dolorosa fatta di trascuratezza e di violenza fisica. Vissuto in una famiglia indiana in Emilia, con qualche piccolo problema intellettivo di comprensione.

Famiglia ferita, bambini feriti. Destinato a fare da servo nell’azienda di allevamento del bestiame in cui lavorano tutt’ora i suoi parenti che forse sono anche i genitori. Siccome non rispondeva alle esigenze lavorative dei parenti (notiamo che allora faceva la quarta elementare) la mamma un giorno l’ha picchiato con il tacco delle scarpe. A scuola le maestre hanno notato i maltrattamenti. Così è partita la denuncia alle autorità e da subito il bambino è stato prelevato dai Carabinieri, portato in un istituto di suore di Parma e poi ha trovato la nostra famiglia. E da qui è cominciato il percorso di affido a lungo termine nella nostra famiglia.

Oggi noi guardiamo con stupore e gratitudine come il Signore abbia risposto al desiderio sempre custodito nel cuore di fare spazio all’accoglienza di un bambino oltre ai nostri 4 figli naturali, mossi dalla gratitudine per tutto quello che ci è stato donato.

Questa scelta non è nata all’improvviso ma è maturata nel tempo, attraverso una maggiore consapevolezza cresciuta all’interno dei momenti che l’associazione “Famiglie per l’Accoglienza”.

Terminato il percorso abbiamo seguito le circostanze così come si ponevano con semplicità; è stata una catena di sì detti uno dopo l’altro.

Detto questo è successo negli ultimi mesi che i servizi di Cesena hanno chiesto alla nostra Associazione di cercare una famiglia per un ragazzino ivoriano quasi maggiorenne che è arrivato in Italia come profugo su un barcone con una storia di dolore, di violenza e di prigione, orfano di padre e abbandonato dalla madre.

Questo ragazzino chiedeva con insistenza di potere fare l’esperienza dentro una famiglia. Ci siamo attivati interpellando la rete di relazioni delle nostre famiglie nel nostro comune, ma nessuna risposta.

Un avviso che si mette è una provocazione anche per se stessi per cui ci siamo sentiti interpellati personalmente. Potevamo essere come famiglia un punto di bene e di accoglienza. (…)

Uno pensa ai profughi nel barcone e poi incontra gli occhi vivi di un ragazzo semplice, silenzioso e sorridente ed allora i profughi diventano un’altra cosa. Al momento il nostro ragazzo in affido è quello più attento al nuovo arrivato, lo porta a fare footing con lui, si preoccupa del pigiama, dello spazzolino da denti e del dentifricio … ma chissà se li avrà mai utilizzati in Africa.

Non è questa credo la sede di dare un giudizio politico e sociale, però il nostro ragazzo ivoriano è stato accolto veramente bene, ospitato dai servizi sociali Asp (azienda pubblica di servizio alla persona) in piccoli appartamenti da tre persone, gli hanno trovato un corso professionale materie meccaniche, un corso pomeridiano per imparare la lingua italiana, una società sportiva per praticare il calcio ed infine una famiglia per il fine settimana. Il suo grande desiderio è un lavoro e poi una famiglia. Ha il desiderio di vedere e di vivere in una famiglia contenta e questa è una sfida per la nostra e per la sua umanità. Ha bisogno di vedere che noi siamo felici e ci vogliamo bene. Accogliere ti porta in un cammino di vera maturità umana e cristiana e questa è la convenienza.

(…) Come abbiamo potuto fare un cammino di questo tipo in questi anni? Innanzi tutto con il riconoscere che c’è qualcosa che viene prima da cui partire.

Sì il dialogo aiuta, sì gli psicologi aiutano, ma senza riconoscere profondamente questo prima che c’è di fronte allo tsunami niente regge. E l’aiuto più grosso degli amici della comunità sta proprio qui: nel ricordarci sempre, fare memoria di ciò che viene prima: “Per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati”. Tutto questo è potuto avvenire stando attaccati con la testa, le mani ed il cuore alla esperienza cristiana: perché questo è il punto sorgivo. E di questo siamo grati.

Luciana e Paolo

Pubblicato giovedì 13 luglio 2017 alle 00:01

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