Quel filo che tutti ci unisce

di Francesco Zanotti

Stanchi, ma felici. Al termine della maratona del Festival della comunicazione, le fatiche di tanti giorni intensi non hanno avuto il sopravvento su quanto di buono è stato seminato e raccolto.

La kermesse messa in piedi su proposta della Società di San Paolo e delle Paoline ci ha fornito la straordinaria opportunità di offrire al territorio il mondo della comunicazione declinato in numerose accezioni.

Mentre scrivo queste note poco prima di andare in stampa, scorro velocemente, e per l’ennesima volta, il programma costruito passo dopo passo dal 30 settembre 2016. Si tenne quel giorno la prima riunione per cercare di dare forma a un evento che avrebbe potuto portare in città tanta attenzione sui temi dell’informazione e sui mondi ad essa contigui.

Di quanto abbiamo realizzato giudicheranno altri. Non sta a noi tirare le somme della trentina di manifestazioni di vario genere e degli oltre 60 ospiti che si sono alternati negli intensi 11 giorni di Festival, oltre a diverse anteprime. Per parte nostra segnaliamo il positivo coinvolgimento tentato e in gran parte riuscito di pianeti molto diversi tra loro che con noi si sono imbarcati, e speriamo siano rimasti soddisfatti, in questa inconsueta avventura.

Si è parlato di comunicazione sotto diversi punti di vista. Un dato risulta certo per tutti: non ci si può nascondere di fronte alle proprie responsabilità e ciascuno di noi è chiamato a giocare il proprio ruolo, piccolo o grande non ha importanza. Internet, carta stampata, tv, radio sono senz’altro in prima linea. Ma il comunicare oggi si coniuga anche con la musica, l’arte, lo spettacolo, la poesia, come abbiamo cercato di fare comprendere grazie agli appuntamenti messi in agenda con lo scopo dichiarato, se possibile, di non lasciare indietro nulla. I messaggi sono arrivati chiari e forti, come quelli lanciati da don Maurizio Patriciello e da don Luigi Ciotti, solo per citare due tra le esperienze più di sostanza tra quelle vissute.

Non posso non ricordare la serata con l’ergastolano Carmelo Musumeci. Un’ora e mezza di fortissima presa di coscienza con un mondo, quello del carcere, ignoto quasi a tutti. Un luogo di cui non vogliamo riconoscere l’esistenza, abitato da persone che consideriamo alla stregua di zombie, tanto e tale è il timore che incutono le sbarre e chi dietro ad esse vive, soffre, spera e anche paga il suo debito con la giustizia.

La speranza e la fiducia sono state il filo conduttore del Festival e sono state evocate infinite volte. La prima per guardare avanti senza catastrofismi. La seconda per tenere unito il filo che ci lega gli uni agli altri.

Corriere Cesenate 21-2017

Pubblicato martedì 30 maggio 2017 alle 18:30

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