Spettacolo ad assetto variabile
Caro direttore,
a proposito dello spettacolo del regista cesenate Romeo Castellucci, anche Lauretano, con la sua critica, ha contribuito a pubblicizzarlo, o forse è stato forse il regista a interpellarlo?
Comunque persino per ‘Avvenire’, il giornale dei vescovi, “lo spettacolo di Castellucci non è blasfemo”.
Roma, 26 gen. (TMNews) – “Per come è andato in scena a Milano, lo spettacolo di Romeo Castellucci non mi è sembrato blasfemo”. Così Marina Corradi in un editoriale sul quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’ dedicato alla controversa opera teatrale ‘Sul concetto di volto nel Figlio di Dio’.
“Quel grido, quel dubbio, è lo stesso di Giobbe tormentato dalle piaghe. E forse semplicemente è il pensiero che cova in mente a tanti, anche credenti, che assistano un padre nelle ore estreme, o un malato agonizzante: che bontà è, quella di un Dio che permette tanto dolore? E solo finché non si sia vista da vicino una agonia, o il compiersi di un male assoluto su un innocente, questo dubitare può apparire una bestemmia; invece è, io credo, l’estremo bussare degli uomini davanti al silenzio di Dio”.
“In ragione di tante polemiche – sottolinea l’editorialista del quotidiano Cei – la versione originale dello spettacolo è stata emendata di una scena che era, verso quel volto di Dio, più aggressiva. Meglio, perché alcuni spettatori non abituati alla lingua del teatro ne sarebbero certo stati turbati e offesi. Nella versione milanese lo ‘scandalo’ noi non riusciamo a vederlo; ci sono solo, opachi, opprimenti, il dolore e l’impotenza degli uomini. Che accusano Dio di restare lì a guardare. Senza saper più vedere Cristo in ciascuno che soffra; di ogni malato e morente, eternamente compagno”.
Francesca
(dal sito)
Carissima Francesca,
grazie per il suo intervento sul sito che mi offre l’occasione per tornare in argomento.
Prima di tutto lei riporta una nota di agenzia che parla di un editoriale di Avvenire, mentre il testo di Marina Corradi è stato pubblicato a pagina 28 di giovedì 26 gennaio assieme a un altro commento sullo stesso spettacolo formato da Davide Rondoni. Quindi non si tratta di un editoriale, ma di un commento su uno spettacolo che aveva fatto parlare molto di sé non solo a Cesena, ma in tutta Italia e in Francia un po’ di tempo fa.
Entro di più nel merito. Lei ricorda che Avvenire ha scritto che lo spettacolo non è blasfemo. Non so perché lo ricordi a noi. Non mi pare che noi abbiamo scritto che lo fosse. Lauretano ha scritto che “a noi sembra blasfemia teatrale: lo spettacolo è una robetta, è la vittoria del brutto” e credo che fin qui non ci sia nulla da eccepire, per quello che ci poteva conoscere fino a quel momento. Certo non si poteva sapere ciò sarebbe andato in scena a Milano, giudizio sul quale si basano gli interventi della Corradi e di Rondoni su Avvenire.
Mi chiedo: si può fornire un giudizio su un’opera teatrale? Oppure non si può dire nulla? Solo l’artista ha la libertà di espressione? Al giornalista non è concessa la stessa libertà di giudizio? Inteso che si giudicano i fatti e si salvano sempre le persone. Solo Dio conosce fino in fondo il cuore di ogni uomo.
Infine riporto un breve terzo pezzo pubblicato sempre da Avvenire, sempre nella stessa giornata e nella stessa pagina, quasi a legare i due commenti con questo intervento che offre un giudizio più complessivo, non limitato solo alla serata milanese.
Firmato da Gigio Rancilio, il quotidiano così ha scritto: “C’è qualcosa di strano nel «caso» Castellucci. A partire dal fatto che tutte le recensioni del «Sul concetto di volto nel figlio di Dio» che leggete in questi giorni non riguardano lo spettacolo originale, ma la sua versione tagliata. Pardon, «rimodellata» dal regista. Già, ma perché Castellucci ha tolto la scena dove i bambini tiravano le bombe (erroneamente scambiate per pannollini pieni di escrementi) contro il Volto di Cristo di Antonello da Messina? «Il palco del Parenti era piccolo» ha spiegato Andrée Ruth Shammah, responsabile del teatro Parenti di Milano, dove il lavoro è in scena ora. Il regista, invece, su questo punto ha glissato. Peccato che proprio da quella scena fossero partite le accuse al suo lavoro. Gli artisti, si sa, vanno capiti. Alcuni vanno avanti dritti per la loro strada (della serie: volevo provocarvi e le critiche non mi toccano, anzi), altri scelgono percorsi più tortuosi. Nessuno di loro ammette mai di avere sbagliato qualcosa. Magari soltanto di non essersi spiegato bene. Se la gente non capisce, pensano, è colpa della gente. E alla gente non si deve spiegare nulla. Già, ma se qualcuno – dopo avere sentito ripetere Castellucci che non voleva provocare nessuno e tantomeno ‘infangare’ con escrementi il volto di Cristo («È una cosa che non mi appartiene») – trova su YouTube una sua conferenza stampa del novembre 2011 sullo spettacolo, rischia di rimanere a bocca aperta. In quel contesto, infatti, pur all’interno di un discorso artistico non banale, il regista dice a un certo punto: «(con questo spettacolo voglio) da un certo punto di vista illuminare la m. con la luce divina, ma anche il contrario: gettare un po’ di m. sul volto di Dio». A quale Castellucci dobbiamo allora credere? E ancora: siamo così convinti che gli «eccessi» (anche solo verbali) ci siano stati solo dalla parte di chi ha visto (e ha provato) un’offesa?”
Non mi pare ci sia altro da aggiungere.
Cordialmente.
Francesco Zanotti
zanotti@corrierecesenate.it
P.S: Avvenire è un giornale quotidiano di ispirazione cattolica.