Ici e Diocesi: la trasparenza di 120mila euro versati

Tonino Prati, presidente dell’Idsc di Cesena-Sarsina: “La Diocesi fin dal 1992 dichiara come commerciali tutti gli immobili che non sono chiese o canoniche. Non vi sono situazioni dubbie”. Le parrocchie che hanno proprietà diverse sono poche e pagano in autonomia

Pagherete caro, pagherete tutto? Il vecchio slogan dell’estrema sinistra anni ’70 sembra essere tornato di moda in questi giorni. Radicali, stampa nazionale e semplici cittadini hanno montato un’onda che invoca il pagamento dell’Ici (ora Imu) da parte della Chiesa cattolica.

Negli articoli e nel passaparola si favoleggia di miliardi di euro non pagati grazie alle esenzioni sugli immobili ecclesiastici. Ma è davvero così?

In realtà alla Chiesa cattolica, così come alle altre religioni e al no-profit (non esistono leggi ad hoc per la Chiesa), spettano esenzioni per i luoghi di culto, assistenza, educazione, cultura e sanità. Un sostegno che lo Stato concede al terzo settore a riconoscimento di un’azione che dà benefici all’intera società, come spiegano bene gli altri articoli del Primo piano di questa settimana.

Le attività commerciali della Chiesa, come alberghi o appartamenti dati in affitto, non beneficiano invece di esenzioni dall’imposta. E non basta una cappellina all’interno della struttura per rendere esente l’immobile. E’ vero anzi il contrario, come ha dimostrato carte alla mano Umberto Folena su Avvenire: un albergo di suore a Roma (finito alla ribalta della stampa nazionale per una presunta esenzione) da anni paga l’Ici anche sul piano conventuale e sulla cappella. Alloggi delle suore e chiesetta esenti dal pagamento, ma essendo inserite all’interno di un albergo devono pagare anch’esse.

I numeri di Cesena-Sarsina

Nella nostra realtà locale, la Diocesi di Cesena-Sarsina vede intestati direttamente a sé pochissimi immobili. In pratica, solo i locali dell’episcopio (a Cesena e Sarsina) e un albergo al monte Fumaiolo, dato in gestione. Su questi immobili paga 15mila euro di Ici all’anno.

Il grosso del patrimonio immobiliare ricade invece sull’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc) che, dalla revisione del Concordato in poi, ha come missione quella di far fruttare al massimo le proprietà della Chiesa per garantire ai sacerdoti la paga mensile (la quota di stipendio non coperta viene poi integrata con i fondi dell’otto per mille).

Presidente dell’Idsc è Tonino Prati: “L’Istituto ha 191 proprietà immobiliari divise su 13 comuni della diocesi. Nel 2011 pagheremo di Ici 104mila e 600, rispetto ai 96mila e 900 euro dello scorso anno”.

Le proprietà dell’Istituto sono composte da 98 appartamenti, 62 garage, 22 uffici e negozi, 9 tra magazzini e depositi: “Quasi tutti gli appartamenti sono affittati a canone concordato – spiega Prati – e per questo pagano il 5,5 per mille di Ici anziché il 7. La Diocesi di Cesena-Sarsina, dall’introduzione dell’Ici nel ’92, ha sempre dichiarato come commerciali tutte gli immobili che non fossero chiese e canoniche. Non ci sono aree grigie o situazioni dubbie in diocesi”.

Dai numeri sono escluse le proprietà delle singole parrocchie e degli enti autonomi (come il Seminario, esente in quanto scuola). Si tratta però di poche eccezioni, come nel caso della parrocchia della Cattedrale e quella di Martorano, proprietarie di attività affittate.

In genere sono ben pochi gli immobili che non ricadono sotto l’Idsc: “Le parrocchie ormai non hanno più le proprietà di un tempo. La stragrande maggioranza ha solo chiesa e opere parrocchiali”.

Michelangelo Bucci

Pubblicato giovedì 15 dicembre 2011 alle 00:00

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