Chiediamoci tutti: “Cos’è la giustizia?”

di Stefano Spinelli

Il Corriere Cesenate ha già fatto riferimento al discorso che papa Benedetto XVI ha pronunciato davanti al parlamento federale tedesco, alla fine di settembre.

Il Papa cominciava quel discorso con l’episodio di Salomone che – divenuto re – chiede a Dio “un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male”. Non chiede successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici. Non chiede il potere, ma la giustizia.

S’immagini l’impatto di queste parole con chi ha oggi responsabilità istituzionali a vario titolo. Cosa chiederemmo, noi, al posto di Salomone? Vale la pena, credo, riprendere quella domanda e chiederci, assieme al Papa: “Ma cos’è la giustizia?”.

La richiesta di Salomone è oggi ancor più decisiva, perché mai l’uomo ha acquistato un potere così grande. L’uomo può distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. L’eterna tensione dell’uomo di farsi da solo e diventare lui la misura di tutte le cose, come fu quella di Adamo nel mangiare la mela porta da Eva che lo avrebbe fatto diventare Dio, pare più vicina.

Una posizione di giustizia oggi non è più richiesta solo a livello etico o sociale, ma addirittura a livello antropologico. Quella cui siamo di fronte è una gravissima crisi, prima che politica, culturale, direi quasi una crisi di umanità. Vi è come una riduzione dell’umano, un’incertezza circa ciò che è umano, uno smarrimento dell’essere umano e di ciò che è buono, giusto e vero.

L’enciclica Charitas in Veritate afferma chiaramente che “la questione sociale oggi è diventata radicalmente questione antropologica”. Sembra addirittura che si sia spenta la stessa domanda di giustizia, sostituita dalla richiesta di legalità, per cui ciò che conta sembra essere il rispetto delle regole che l’uomo stesso pone, secondo il principio maggioritario. Invece – dice il Papa – “nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta”.

Il fatto è che il positivismo ha offerto un concetto distorto di natura e di ragione. Se infatti si considera la natura “in modo puramente funzionale”, e la ragione “in senso puramente scientifico”, allora da tali concetti realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico.

Nel suo complesso, questa visione del mondo “non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza”. Sta stretta all’uomo. È limitante. Qui Benedetto XVI introduce un’immagine bellissima e di estrema forza rappresentativa. Questa visione del mondo “assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio”.

Una proposta. Il discorso del Papa al Bundestag di Berlino può giustamente definirsi storico per le profonde implicazioni politico-giuridiche che contiene. È un discorso attualissimo che coinvolge temi decisivi, per tutti. Si pensi a come concretamente affrontare i temi legati alla bioetica, oppure a come attuare un corretto pluralismo sociale, al riconoscimento di un diritto naturale, al concetto di laicità dello Stato, all’obiezione di coscienza. Tutti temi che possono avere sviluppi e considerazioni diverse se si parte dalla visione “liberante” per l’uomo offerta dal Papa. Credo ne valga la pena.

Pubblicato giovedì 15 dicembre 2011 alle 00:01

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