Gli italiani vogliono che chi governa lo faccia, amministrando il bene comune al meglio
di Gianfranco Lauretano
Dopo alcune settimane dall’incarico di governo affidato a Mario Monti, è possibile fare considerazioni ad ampio raggio, di tipo sociale più che politico.
Formalmente il governo Monti è almeno un’anomalia democratica: premier e ministri sono persone che nessun popolo ha eletto e che per il popolo italiano prenderanno decisioni e provvedimenti anche drastici. Eppure gode di un amplissimo consenso e assai poche sono le voci discordanti. Come si spiega?
Innanzitutto non si può negare che c’è stato un ottimo lavoro degli organi di informazione, incentrato sulla motivazione forte della crisi, anzi del baratro, da cui il governo, presentato come l’ultima spiaggia, deve salvarci. Poi il disgusto anche morale suscitato dal premier precedente ma, soprattutto, la passività, l’inconcludenza, l’impasse del suo governo di fronte al precipitare dell’economia e della società, che ricorda molto l’inconcludenza e le divisioni che fecero crollare quello di Prodi.
Ma l’accoglienza così favorevole al governo Monti, che non sarà tenero con le nostre tasche e che non garantisce affatto la soluzione dei problemi, viene anche dalla stanchezza degli italiani verso la politica rissosa, blaterante e persino violenta (verbalmente e giuridicamente) che ci ritroviamo. Gli italiani non ne possono più, vogliono che chi governa lo faccia, compiendo il lavoro di amministrare il bene comune il meglio possibile. Il contorno di nani, ballerine, ideologie e persino giudici ha stufato.
Della stessa origine è la vittoria di Pisapia al Comune di Milano, frutto di una campagna pacata ed educata, di calma e concentrazione sui problemi; il contrario di ciò che ha fatto il centrodestra che ha perso non perché Milano, città dall’anima cattolica e liberale, sia diventata improvvisamente comunista, ma per stanchezza di certi starnazzamenti.
Gli italiani hanno bisogno di una guida, un padre che li governi, anche se non lo hanno eletto. Quello di Monti assomiglia un po’ al regno di Antonino Pio, imperatore romano del II secolo, che non fece praticamente guerre né congiure, diceva di preferire la salvezza di un cittadino all’uccisione di mille nemici e amministrò con saggezza le casse dello Stato tanto da lasciarle floride e piene. Un padre. Certo, nessuno lo ricorda: chi saprebbe dire qualcosa dell’imperatore Antonino Pio?
Il rovescio della medaglia è che i valori e gli ideali, soprattutto quelli politici, non contano più niente. Casini lo deve aver intuito quando ha affermato che destra, sinistra e persino centro sono categorie del passato e soprattutto quando si è alleato con Fini il quale, su questioni come famiglia, aborto, educazione, diritti e doveri della scienza, ha idee contrapposte alle sue.
Quanto paga, oggi, in termini elettorali un’idealità forte? Questi sono i tempi. Chi ascolti il rinnovato invito della Chiesa a impegnarsi da cristiano in politica deve aver coscienza della situazione e dei termini del gioco.