La vita nascente merita tutela e la maternità va favorita in ogni modo

Carissimo direttore,
qualche settimana fa (martedì 8 marzo), è stato inaugurato il nuovo reparto di ginecologia/ ostetricia dell’ospedale “Bufalini”. La notizia è stata pubblicata anche sul Corriere Cesenate.

All’inaugurazione ha preso parte anche il vescovo Douglas che ha benedetto i nuovi locali, stanze adibite all’accoglienza della vita nascente, senza dubbio il reparto ospedaliero in cui si va con gioia! Forse non è noto però alla gran parte delle persone che quelle stesse stanze, quello stesso reparto opera anche per l’obiettivo esattamente opposto, ossia quello di negare la vita.

Forse non tutti sanno che il mercoledì all’ospedale “Bufalini” è il giorno “dedicato” agli aborti, è la giornata stabilita per porre fine alla vita di quei bimbi più piccoli ancora nelle pance delle loro mamme. E proprio ogni mercoledì, nella chiesetta dell’ospedale si recita il rosario (alle 7), per loro e per le loro mamme, promossa dall’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Centro Aiuto alla Vita.

È il mercoledì infatti la giornata in cui si effettuano i cosiddetti interventi di interruzione volontaria di gravidanza (ivg), sei o sette (secondo quanto dichiarato dal primario dottor Pungetti) ogni mercoledì, oltre a quelli “non programmati” effettuati in altri giorni della settimana come ad esempio gli aborti cosiddetti “terapeutici”. Oltre 360 all’anno, un bambino al giorno. Sono questi purtroppo i dati che riguardano la nostra realtà locale e che spesso non sono conosciuti dalla maggior parte dei cittadini, perché di difesa della vita forse si parla ancora troppo poco.

Fa rabbia e stona dicevamo il fatto che si parli di mamme, che si facciano inaugurazioni solenni il giorno della festa della donna, senza magari chiedersi se davvero quella maternità e quella femminilità la stiamo aiutando. Sembrerebbe proprio il contrario a dire il vero. C’è chi ha detto che la donna “desidera l’aborto come un animale preso in trappola desidera strapparsi la zampa”, l’aborto è una non-scelta, un inganno in cui cade chi crede di non avere altra via d’uscita, e pensa così di rimettere le cose a posto, senza pensare che invece non risolverà i suoi problemi, ma se ne creerà di nuovi, giocandosi due vite in una volta sola. Un figlio non è “un problema di chi lo fa”, ma una responsabilità sociale: tutti siamo chiamati a prendere posizione e a dare il nostro aiuto affinché una donna non si trovi nella condizione di dover scegliere tra il proprio figlio e qualcos’altro.

La discussa legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), sottolinea come il servizio pubblico (il consultorio, l’ospedale…) debba contribuire “a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Ci chiediamo se davvero queste cause vengano analizzate durante i colloqui previsti (previsti ma non sempre svolti secondo la legge) e se davvero vengano offerte tutte le alternative possibili per superare le cause di questa atroce richiesta.

Come associazione, sempre secondo quanto sancito dalla legge, ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare in questa direzione, con il servizio pubblico, per la tutela della maternità e della vita nascente, come già più volte espresso in occasione dei passati incontri del Tavolo sulla maternità che ci hanno visti coinvolti insieme agli operatori del consultorio e dell’ospedale. Disponibilità che ad oggi purtroppo ancora non è stata accolta.

Lucia Foschi
associazione Il dono onlus

Carissima Lucia,
la sua lettera mette in evidenza una realtà troppo spesso misconosciuta. La pratica dell’aborto lascia dietro di sé strascichi molto dolorosi.

Negli anni anche su queste colonne abbiamo raccontato alcune storie che hanno visto coinvolte donne in vicende dai contorni molto tristi. Sovente è stato l’aiuto proprio di associazioni come “Il dono” che ha permesso a diverse persone di ritrovare se stesse e la strada su cui incanalare di nuovo la propria esistenza.

Come lei ben sottolinea,“un figlio non è un problema di chi lo fa, ma una responsabilità sociale”. È su questo versante che la società attuale è latitante. Mancano le politiche familiari (cfr. servizi a pagina 12 e 18 dell’edizione cartacea di questa settimana) e manca soprattutto un fisco equo che ridia alle famiglie quello che viene loro tolto in termini di tassazione che tiene conto solo dei cittadini-individui.

L’introduzione del quoziente familiare, il sostegno alla vita nascente, ai figli nei primi anni di vita e l’incentivazione del part time sono solo alcune delle misure che in Italia si dovrebbero attuare da subito, se già non è troppo tardi.

In particolare, sul versante aborto,come anche lei mette in evidenza, la legge 194 viene troppo poco applicata in quelle norme che tutelano la maternità. Anche chi è preposto a fare rispettare la normativa, non sempre si è adoperato per “fare superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. I colloqui previsti devono essere svolti e ogni tentativo deve essere esperito per cercare di scongiurare l’aborto. Credo che si debba agire molto prima di giungere alla decisione di abortire.

È vero, spesso è anche un fatto culturale, una male interpretata affrancazione della condizione femminile, figlia dello slogan “l’utero è mio e me lo gestisco io” di alcuni decenni fa. Niente di più falso. La maternità e la paternità devono essere responsabili. Si tratta di responsabilità che devono essere condivise e non possono essere lasciate solo sulle spalle di chi a volte non è attrezzato per portarle.

Per il resto, guarderei a quei nuovi locali come al rinnovo del reparto di maternità, che merita questo e anche ben altro. Per quel che riguarda l’altra faccia della luna dello stesso reparto, continuiamo a pregare.

Saluti cordiali.

Francesco Zanotti
zanotti@corrierecesenate.it

Pubblicato giovedì 14 aprile 2011 alle 00:02

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