Sòta la guaza, raccolta di poesie in dialetto santarcangiolese
Da “Il Ponte Vecchio” un nuovo volume della giovane Annalisa Teodorani
CULTURA - Come annotato in una precedente recensione – riguardante La chèrta da zugh - ciò che stupisce, incontrando Annalisa Teodorani e la sua poesia, è la pienezza umana e linguistica, quasi impensabile in una donna ancora molto giovane. C’è infatti, nelle sue poesie, una capacità di rappresentare luoghi, personaggi, vicende e sentimenti come solo una personalità matura e con gli occhi pieni di stupore sa interpretare.
Ha fatto sue le storie di chi l’ha cresciuta, delle strade e dei vicoli dove ha vissuto la sua infanzia, cosicché l’innato talento le ha permesso di regalare a noi – già poco più che ventenne – pagine di una caratura poetica straordinaria, sia per la sostanza che per la forma.
Nella sua nuova pubblicazione – Sòta la guàza - non mancano versi di una liricità commovente, come in “Nuvèmbri” (“L’aria fóina / ch’la vén zò da e’ mòunt…// A péunt i mi òcc / ti òcc d’un petròs”) o in “Un’instèda” (“Al nòsti chèsi biénchi / ad sòul e lanzùl / e un zìl piò grand ad nòta”), tuttavia, rispetto a La chèrta da zugh, prevale una forma più asciutta, concisa, tant’è che la lunghezza della maggior parte delle ventuno composizioni non supera i 7-8 versi. Questo cambiamento comprova che quello del poeta è anche un lavoro sulla propria scrittura, un approfondimento del pensiero e un modo di obbedire all’ispirazione che muta nel tempo.
Analizzando i testi, nel complesso prevale un certo scetticismo nei confronti della condizione umana e il suo destino. L’amore sembra non decollare nei suoi aspetti gioiosi, di letizia. Prevale l’esperienza del gelo del rapporto in “Amòur” (“L’amòur l’è un’invarnèda / ch’la giàza al tubadéuri”), della solitudine in “Dòp un insógni” (“…a chésch t’una béusa / e te t ci cumè la nòiva / sèmpra in zóir”), della fugacità della giovinezza della sposa in “Al spòusi zòvni” (“l’è pavaiòti / ch’a l pérd l’arzént / pr’una fulèda ad vént”). Per non parlare della dote, un fascio di spine (“…la mi dóta l’è un fas ad spòin”). Come pure ferisce il guardarsi cinico che riscontriamo in “Una zésta” (“Lasém a lè / do ch’ a m’avói vést / cumè cla zèsta / s’i ghéffal ad lèna / s’i férr instécch”).
Una profonda verità rinveniamo in “Cumè la léuna” (“Ta n pu dmandè / d’andè dalòngh da te”). Non possiamo chiedere di andare lontani da noi stessi, quasi che per risolvere i drammi del vivere basti partire; che sia sufficiente viaggiare per lasciare a casa tormenti e angosce. Una perla nella sua intensa brevità è senza dubbio “Sparguiéd” (“Dal vólti ta t sint sparguiéd / e t fiuréss t’un fòs”) in cui, in due semplici versi, si coglie la sensazione di inutilità, di non contare nulla per nessuno (buttato là, sparguiéd); eppure dentro questo abbandono germina un fiore, proprio nel luogo meno appropriato, un fosso; come a dire che non c’è condizione umana in cui non possa riaffiorare la speranza, la possibilità di nascere di nuovo.
In un’esperienza di deserto e di sconcerto che cadenza gran parte della raccolta (“Ènca i giraséul i n sa piò duvò guardè”), trova spazio comunque il desiderio di un accadimento che possa positivamente investire la vita in “Fa’ ch’e’ sia”, quasi una preghiera. Un’invocazione che sembra trovare ascolto nella lirica che dà il titolo alla silloge, “Sòta la guàza”, dove si descrive la meraviglia della grazia di un germoglio sotto la rugiada (“E te t’è la grèzia d’un zarmòi / sòta la guàza”). Fra l’altro la stessa prima lirica, “Al zèi”, – un vero gioiello – descrive la fatica del vivere (“Te schéur dla vóita / sla curòuna tal mèni / a gli à fat la vègia / m’un dispiasòir par vólta”), ma anche la consapevolezza che la vita ha un destino da coltivare e far fiorire (“A l cnòs la ràdga d’ogni fiòur”).
Per concludere, un’altra conferma di una delle voci più significative della poesia dialettale romagnola e la gratitudine per chi ancora privilegia quella parlata primigenia che porta all’anima delle cose. Una poetessa, Annalisa Teodorani, che continua la migliore tradizione della scuola santarcangiolese di Raffaello Baldini, di Tonino Guerra e di Gianni Fucci.
Franco Casadei