Missionari, con il Vangelo vissuto e annunciato

Le comunità cristiane sono invitate a valorizzare di più i religiosi che tornano dall’esperienza svolta all’estero. Il missionario non è solo uno che “fa”, ma uno che “è”. Intervento di padre Cornelio Dalzocchio, per anni testimone di Cristo in Africa

Sono padre Cornelio Dalzocchio, missionario della Consolata: dopo trent’anni di lavoro tra i Maasai dell’Africa orientale (Kenya e Tanzania) ora mi trovo a Gambettola, presso la chiesa della Consolata.

Ero ancora in Africa quando nel 1999 si tenne un importante convegno missionario a Bellaria. Ricordo che una delle conclusione a cui si pervenne fu questa: suggerire per la Chiesa italiana, affinché esca dalla stretta in cui si trova, di aprire il “Libro della missione” affinché torni all’essenza della vita cristiana: Parola, Eucarestia, testimonianza. E la possibilità c’è: basta valorizzare maggiormente la presenza dei missionari quando rientrano in Italia per qualche tempo o per rimanervi definitivamente com’è per il sottoscritto.

Questo servirebbe anche a soddisfare la legittima domanda che sempre si rivolge al missionario che ritorna: che cosa hai fatto “laggiù”? Personalmente preferirei che la domanda fosse questa: che cosa sei stato “laggiù”? Dato che è fuori discussione che il missionario non è solo uno che “fa” opere umanitarie, ma uno che “è” testimone di Cristo.

A questo punto riterrei utile una riflessione su alcuni simboli legati al mio viaggio di ritorno in patria, viaggio che la prima volta fu per mare e in seguito in aereo. I simboli potrebbero essere cinque: conchiglia o radar, cabina di comando, diario di bordo, carburante, sedia.

Conchiglia accostata all’orecchio o radar letto ai complicati meccanismi di oggi. Ambedue ci fanno sentire la voce dei missionari che porta in patria i tesori, ma anche le sofferenze del terzo mondo, contenuti positivi e negativi di culture diverse dalla nostra. Con questa lettura si viene a contatto con la precarietà e la miseria, ma strano a dirsi, anche in tali situazioni la fiducia in Dio e quindi la preghiera in queste popolazioni non viene mai meno.

Nomadi pastori Maasai continuano a pregare il loro dio (Ngai). Quindi Dio nella prosperità e Dio nella sofferenza non viene mai mandato in esilio. Rabbia e maledizione non esistono fra queste popolazioni. Alla Chiesa italiana che esce da un passato di sicurezza ed entra in un presente di precarietà, i missionari mostrano l’icona biblica di Giacobbe che scopre Dio nella difficoltà e ostilità. Da qui deve nascere una Chiesa che sa resistere e far esistere.

Cabina di comando: va subito detto che il “comandante” della missione è Dio in Gesù Cristo. Stando così le cose il missionario non è che l’esecutore dei comandi del “Comandante”, deve avere un profondo contatto con Dio e cioè una profonda spiritualità. È per questo che nei centri di missione, ma anche nei più sperduti villaggi, il missionario si preoccupa sempre d’innalzare una cappella o una chiesetta dove porre l’Eucarestia, che da semplice presenza provoca la celebrazione assieme alla comunità cristiana a cui partecipano anche liberamente i non cristiani. Ecco il primato della spiritualità, ma, attenzione che non si tratti di una spiritualità disincarnata dai problemi reali dell’uomo. È per questo che oggi si parla di “spiritualità politica”; termini che sembrano contraddittori, quasi blasfemi, ma non è così. La vera preghiera biblica è per noi cristiani la vera Eucarestia: deve portare a imitare il Dio liberatore del suo popolo; aprirsi alle sofferenze, alienazioni, emarginazioni altrui, e spronarsi a risolverli. Ecco allora il missionario che se punta sulla cappella, punta anche sull’asilo, scuola, strade, case, acquedotti, dieta, salute; e mai da solo, ma sempre in collaborazione, in “harambee” che significa lavorare insieme con la gente.

Diario di bordo, libro obbligatorio che va letto giorno dopo giorno per aggiungere alle notizie del passato quelle presenti. Sì, anche il missionario come ogni cristiano deve scrivere il suo diario di bordo, il suo libro personale, il suo “Quinto Vangelo”. Diario non scritto solo con la penna, quanto con la vita. E guardando alla storia passata della Chiesa e a quella presente, accanto alla frase “Diario di bordo missionario” bisogna aggiungere alcuni sostantivi: sofferenza, rifiuto, incomprensione, persecuzione e… martirio.

Carburante: senza di esso un aereo o una nave non parte. Il carburante crea fuoco; fuoco che spinge il motore. Nella “missione” questo fuoco è lo Spirito Santo che manda scintille in tutte le direzioni coinvolgendo individui e comunità. È lo Spirito Santo che fa sì che la Chiesa, pur essendo fondata sulla “roccia”, la rende sempre “roccia in cammino”, cioè missionaria.

Sedia: di sedie ce ne sono sia sulle navi sia sugli aerei, ma potrebbero essere strumenti pericolosi e trasformarsi facilmente in poltrone e rendere poltroni. E allora vanno gettate via per rimettersi in cammino puntando sulla leggerezza, sull’essenziale. Un solo mezzo, un solo libro: il Vangelo vissuto e annunciato. Tutto il resto: cibo, casa, vestiario, macchine, mezzi di comunicazione, danaro siano usati con sobrietà e nella condivisione. Diversamente, questi strumenti esorbitanti possono servire al missionario che annuncia il Vangelo, ma anche rendersi dannosi a chi accoglie il Vangelo, travisandone il senso e le motivazioni.

Concluderei queste note con un umile richiamo alle Chiese locali: la loro riscoperta è stato uno dei grandi frutti del Vaticano II e aver loro affidato un compito missionario in proprio senza doverlo delegare ad altri è molto bello. Ma potrebbe insinuarsi il pericolo di una pretesa autosufficienza che alla fine soffocherebbe la stessa missionarietà. Potrebbe significare ridurre i confini della “Chiesa cattolica” alla “Chiesa diocesana” o, meglio, ai suoi uffici burocratici. Per questo cito alcuni passaggi della lettera ai vescovi da parte della Conferenza degli Istituti missionari in Italia: “Riconosciamo che gli Istituti a cui apparteniamo, nati in un periodo di massima centralizzazione della missione, sono i primi a doversi riposizionare nella Chiesa locale, ma vanno indicati con forza anche i contributi non facilmente sostituibili che i missionari e l’animazione missionaria offre anche oggi alle nostre Chiese: la centralità del primo annuncio, la ricchezza dei carismi e ministeri, la vitalità delle comunità di base, la libertà profetica, la necessità dell’inculturazione, la pratica del catecumenato, l’opportunità del dialogo ecumenico e interreligioso e l’amichevole accoglienza del migrante.

padre Cornelio Dalzocchio

Pubblicato venerdì 30 luglio 2010 alle 00:01

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