Santiago: sulle orme di san Giacomo

Forum Greenaccord a Pistoia – La devozione al santo ha una tradizione lunga mille anni. Partito per evangelizzare la Spagna, il discepolo di Gesù morì a Gerusalemme e poi, come vuole la tradizione, fu sepolto in terra galiziana

Da quando papa Giovanni Paolo II ha fatto visita a Santiago de Compostela, nel 1982, il cammino di Santiago ha ricevuto un nuovo benefico impulso e i pellegrini sono ritornati a migliaia sulla via francigena.

Un gesto importante, quello di papa Wojtyla, che ha restituito uno dei luoghi più sacri della cristianità al suo percorso spirituale dopo che il graduale calo di fedeli in pellegrinaggio – a partire dalla fine del XVI secolo – aveva annebbiato una storia antica, iniziata come peregrinatio paenitentialis già nel X secolo.

La cattedrale dedicata a Sant’Yago (Giacomo il Maggiore, uno dei dodici apostoli di Gesù, detto anche san Jacopo) fu costruita dove sorgeva la tomba del santo che, partito per evangelizzare la Spagna, trovò al suo ritorno a Gerusalemme la morte, ed è infatti il primo apostolo martire.

Secondo la leggenda furono i suoi discepoli a riportare il corpo in terra galiziana, e fu un eremita a scoprirne il sepolcro grazie a una visione luminosa dovuta a una stella, da cui il nome Campo Stella che farebbe derivare l’attuale Compostela. Il vescovo Teodomiro riconobbe allora i resti come quelli del Santo e la tomba divenne da subito meta di importanti e numerosi pellegrinaggi.

DALLE ORIGINI A OGGI

“Il pellegrinaggio bisogna sentirlo, provarlo nelle mani e nei piedi, perché è a modo suo una forma di martirio” spiega lo storico medievalista Franco Cardini, che aggiunge: “È una dimensione di ricerca di Dio e di se stessi che nelle religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo e islam) acquista un particolare significato perché il sacro rimanda al patto che Dio ha fatto con l’uomo e di cui si cercano le tracce vive”.

Intervenuto al settimo Forum della stampa cattolica organizzato da Greenaccord (associazione di ispirazione cristiana che si occupa della salvaguardia del Creato) per spiegare il legame esistente tra Santiago e Pistoia, Cardini insiste anche sul significato originario del pellegrinaggio e sull’attualità che ha oggi mettersi in cammino. Nel farlo ricorda “quanta mitologia negativa i sedentari producono nei confronti dei nomadi” e anche che “pellegrinaggio è un termine che indica l’estraneità del cristiano rispetto alla terra calpestata: vita che s’immagina come passaggio, qualcosa teso tra il punto di partenza e quello di arrivo”.

Sottolinea poi che “pellegrino è una parola onnicomprensiva, da non restringere al solo viaggiatore per devozione: chi porta il tau e la conchiglia non può essere assalito perché è in pellegrinaggio, ovvero un penitente in espiazione e chi lo assale prende la scomunica”. I pellegrini che si recavano nei luoghi santi, riconoscibili per i simboli che portavano sul mantello, (la conchiglia ricorda che san Giacomo salvò un cavaliere dalle acque) erano infatti degli intoccabili, proprio perché andavano ad espiare i loro peccati. Oggi che a Santiago si considera ufficialmente pellegrino chi percorre almeno cento chilometri a piedi, è necessario anche “recuperare il senso vero del pellegrinaggio: l’uomo in cammino che simbolicamente percorre la sua esistenza rivivendola in senso pieno, – attacca ancora lo storico, che è anche elzevirista per il quotidiano Avvenire – per cui si cammina e camminando si riflette sul proprio ruolo nel mondo. La vita è un viaggio, un passaggio, e il pellegrino in questo senso diventa il simbolo più caratteristico, più profondo e pieno dell’avventura umana: l’essere che nasce, fa il suo percorso e muore, spera di trovare oltre la morte un’altra vita. Questa è simboleggiata proprio dal punto di arrivo del pellegrinaggio”.

UNO STRETTO LEGAME

Se il pellegrinaggio è questa piccola morte e resurrezione che il pellegrino vive interiormente “spesso senza averne a pieno la coscienza”, sottolinea Cardini, oggi se ne sta recuperando una maggiore cognizione storica e filologica per restituire ai credenti la consapevolezza della propria identità religiosa.

“Un recupero dei valori che l’illuminismo cristiano del XVIII secolo ha in parte perso portando pure alla decristianizzazione coincidente con la rivoluzione francese”, conclude Cardini, che menziona a tal proposito un fatto avvenuto a Pistoia nel 1786 ascrivendolo ad esempio di desacralizzazione di un luogo in nome della modernità: “Scipione de’ Ricci, vescovo illuminista, fa chiudere la cappella santuario con la reliquia del santo ritenendolo un luogo dove vi si fanno ormai solo degli esercizi di vuota superstizione più pagana che cristiana, allontanando dalla purezza della fede che bisogna invece esercitare nel proprio cuore”.

La reliquia di cui parla lo storico è proprio quella che lega indissolubilmente Pistoia, dove il santo è celebrato come Jacopo, a Santiago. Fu Diego Gelmirez, primo arcivescovo di Santiago de Compostela, a donare una parte della testa di san Giacomo alla città nelle mani del vescovo Attone. Era la prima metà del 1100, e il culto verso l’apostolo crebbe maggiormente anche nella cittadina toscana, dove già era vivo. Oggi, a distanza di quasi mille anni, Pistoia celebra nell’anno compostelano l’agognato gemellaggio con la capitale della Galizia, a suggello di questo sacro legame.

Luisella D.Meozzi

Pubblicato venerdì 16 luglio 2010 alle 00:01

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