Come evitare il suicidio demografico
Politici a confronto in un forum promosso dalla Fisc (settimanali diocesani). Il sociologo Pierpaolo Donati ha lanciato l’allarme: “Oltre il 50 per cento delle famiglie italiane non ha bambini”. Gli interventi economici servono ma non bastano
Una riflessione sulle politiche familiari e la natalità, avendo presenti i valori in campo, ma anche cercando di delineare piste concrete d’impegno. Al forum “Il costo dei figli: quali sfide, quali azioni”, organizzato dalla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) e dal Cisf (Centro internazionale studi famiglia), si sono confrontati, nei giorni scorsi a Roma, esponenti politici dei diversi schieramenti: Anna Serafini (Pd), Luisa Santolini (Udc), Massimo Polledri (Lega Nord), Beatrice Lorenzin (Pdl). Punto di partenza, l’indagine sul “costo dei figli” realizzata nei mesi scorsi dal Cisf e presentata dal sociologo Pierpaolo Donati.
Aprendo il confronto, il presidente della Fisc, don Giorgio Zucchelli, ha rimarcato la volontà che sta dietro a questi appuntamenti, ossia affrontare “tematiche emergenti per documentarsi e proporre un arricchimento culturale”.
Beni relazionali
Il 53,4% delle famiglie in Italia (24 milioni circa) non ha figli: questo uno dei primi dati che emerge dalla ricerca del Cisf.
“L’Italia – sottolinea il sociologo Pierpaolo Donati aprendo il forum – da circa 30 anni ha rinunciato a investire sui figli”, consumando le risorse che doveva invece lasciare loro: per questo “le nuove generazioni si trovano sempre più in difficoltà”. Per invertire la marcia, l’indagine contesta la “visione occidentale che vede i figli solo come portatori di diritti individuali” e che ha condotto l’Italia verso il “suicidio demografico”, come affermano i demografi americani.
Ritiene invece i figli un “bene relazionale”, per cui pensa a un welfare per le famiglie non per i bambini: “La differenza è forte – sottolinea Donati – perché un’impostazione che guarda il problema dei figli dal punto di vista della famiglia è molto nuova ed è la grande sfida che l’Italia deve affrontare.”
Parlare di “beni relazionali” significa che i figli portano nella famiglia dei beni immateriali che sono la sostanza stessa di ciò che la famiglia dà alla società come capitale sociale.
“Perché dovremmo avere più figli?”, si chiede Donati. “In genere si ritiene che meno persone ci sono, maggiori sono le possibilità di aver più servizi e opportunità. Ma è un ragionamento sbagliato: se una popolazione rinuncia alla sopravvivenza come popolazione – e questo sta avvenendo in Italia – succede che non solo non si avranno le risorse future per sostenere gli anziani, ma che si perde il valore fondamentale della reciprocità del dono della vita fra le generazioni e il risultato sono pochi figli, molto isolati ed egocentrici”.
“I bambini – afferma Donati – hanno certo un costo, ma non hanno un prezzo: dobbiamo diffondere una nuova cultura contro una visione puramente economicistica che mercifica i figli come beni di un consumo.”
Il sociologo si addentra poi sui costi per l’allevamento (i beni essenziali) e l’accrescimento (che includono anche lo sviluppo umano) dei figli. Illustra brevemente la condizione delle famiglie italiane, dividendole in tre gruppi: le famiglie marginali che presentano le maggiori difficoltà per arrivare alla fine del mese (il 43%), le famiglie adattative, quelle che ce la fanno con una certa facilità (38%), le famiglie più modernizzate con maggiori risorse (18%). I primi due gruppi non si differenziano per il numero dei figli (1.77), leggermente inferiore il dato del terzo gruppo (1.60).
Comunque il numero dei figli generati resta inferiore a quelli desiderati (2.13). Infine, nelle prime due fasce le famiglie spendono per i propri figli circa 550 euro al mese, la terza 634 euro. Donati conclude chiedendosi quali sono le cause di questo basso numero dei figli e risponde: “La mancanza di risorse materiali incide sulla denatalità, meno dei fattori culturali e psicologici, quali la paura di generare, l’incertezza nel futuro, la percezione di un’inadeguatezza educativa”. Insomma l’incidenza è per il 40% di fattori materiali, per il 60% di fattori culturali e psicologici.
Sono necessari dunque gli inteventi economici? “Sono necessari ma non sufficienti – conclude Donati-. Senza un cambio di cultura gli interventi economici inciderebbero poco sulla natalità”.
Quali motivi?
“L’inverno demografico è a livello europeo, e forse mondiale”, riconosce Luisa Santolini – Udc (membro della Commissione cultura della Camera e membro della Commissione bicamerale dell’infanzia) denunciando la “deriva preoccupante” rappresentata da quanti affermano che “la famiglia va superata perché non è economicamente vantaggiosa, perché rappresenta un retaggio del passato. La famiglia è sotto attacco in tutto il mondo, il che mi preoccupa molto. I governi di varia colorazione fanno fatica a realizzare politiche familiari, evitano il confronto su questo tema perché oggi la famiglia è tutto e il contrario di tutto: non si affrona il problema perché non si vuol chiarire cos’è la famiglia”.
“Non è argomento – secondo l’esponente dell’Udc – al centro dei dibattiti nel Paese, nella politica, nelle università. Al centro sono altre discussioni, ad esempio quelle dell’ecologia”, per la “miopia assoluta di ogni parte politica”, che si traduce in “incapacità di cogliere i segni dei tempi”.
Anna Serafini - Pd (membro della Commissione Istruzione pubblica, beni culturali e vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza) concorda nel ritenere che dietro al drammatico calo demografico ci siano motivazioni complesse. “Perché pochi figli?, si chiede. Perché gli individui, in questa fase, hanno difficoltà a vedere un futuro chiaro e quindi “a progettare”. Una seconda causa – aggiunge – è la difficoltà della relazione educativa, con una “percezione d’inadeguatezza nell’educare.” Per progettare è necessaria la fiducia nel contesto e in se stessi. Ecco perché il lavoro femminile non compromette la natalità, anzi, al contrario, “si fanno più figli laddove le donne lavorano, perché hanno maggiore fiducia in se stesse. Una doppia fiducia: quella di esprimersi nel lavoro e quella di donarsi all’altro”.
Nuova cultura
D’accordo con la Santolini sull’insufficienza della politica è Beatrice Lorenzin - Pdl (membro della Commisione affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e Interni; membro della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni; membro della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza), tuttavia ritiene che la denatalità non ha principalmente cause economiche, ma culturali stratificate e anche di natura filosofica. “La denatalità – aggiunge – è un problema di tenuta economica del nostro Paese; è un mancato sviluppo economico, ma soprattutto comporta l’avvicinarsi di uno spettro gigantesco: il collasso del nostro sistema previdenziale. Io pago la pensione di mio padre, ma nessuno pagherà la mia. La generazione di mio padre si è mangiata tutto, ha creato il più grande debito del mondo e ci lascerà senza pensione.”
“Perché la famiglia – si chiede la Lorenzin – non viene posta al centro in Italia? Nonostante sia “il primo ammortizzatore sociale”, è “molto più ’moderno’ parlare d’altro”. Quali certezze hanno i giovani oggi? Nessuna, siamo circondati da un mondo relativistico e agnostico. Certo, dobbiamo attuare misure fiscali, dare servizi, ma dobbiamo promuovere una nuova cultura della famiglia, per cui fare figli diventa un elemento sociale importante e i giovani vengono educati alla responsabilità. Bisogna che i giovani non abbiano paura di fare figli, bisogna che questo non sia più visto come un gap”.
“Nessuno comunque ce la farà da solo – interviene Luisa Santolini - né la politica, né i sindacati, né la Chiesa: dobbiamo trovare una sorta di alleanza al di là degli schieramenti che impegni tutte le categorie.” E si parla anche della follia dei media (soprattutto della televisione) che presentano sempre e in tutti i programmi un pensiero contrario alla famiglia!
Continuando nel dibattito, Massimo Polledri - Lega Nord (membro della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione; membro della Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo; membro della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza) sottolinea che oggi non si fanno figli “anche per l’assimetrica gestione dei ruoli tra marito e moglie: tutto viene caricato sulle spalle delle donne”.
Usa l’immagine di un “grande ospizio” per definire l’Italia di domani, erede di “una cultura in cui chi ha figli è un ignorante e un povero”. “Sarebbe bello poter dire che far figli è bello, che l’uomo e la donna completano la propria personalità mettendo al mondo i figli – sottolinea il deputato leghista – ma non si può dire, perché c’è una cultura che trasforma i desideri in diritti e i diritti in leggi. Non c’è più una cultura del diritto naturale, trionfa un relativismo egoistico”.
Siano cresciuti in una cultura malthusiana, oggi smentita, secondo la quale fare figli impoveriva le risorse, distruggeva la natura, ecc. Fare figli in realtà – rimarca con forza Polledri – è “l’unico vero motore dello sviluppo economico e della ricchezza”. L’esponente leghista non manca di citare il problema dell’aborto e parla del dramma vissuto con la 194: “Oggi ogni quattro bambini uno non arriva. E la donna è lasciata molto sola. A favore dell’aborto pesa un cultura edonista… ed è diventato un tabù di cui non si può parlare in modo sereno. Non si vuole cambiare la legge, ma almeno applicarne la prima parte.” “Infine – conclude Polledri – bisogna che ci chiariamo cos’è la famiglia perché non è così pacifico che sia costituita da un uomo e da una donna”.
Gli ha fatto eco la Lorenzin, affermando l’importanza di “investire sulla famiglia come promotrice di un valore aggiunto” al di là dell’appartenenza, dell’essere “laici o cattolici”. Lo Stato, se deve avere una priorità, deve fare questa scelta. Insomma, lo Stato deve far nascere questi bambini da qualche parte!
Invertire la rotta
Dunque, quali “ricette” per invertire una rotta che, altrimenti, porterà al declino? Il sociologo Donati suggerisce una serie di misure fiscali, in particolare deduzioni e detrazioni, almeno elevando i tetti in maniera molto decisiva, rispetto all’Isee di oggi che penalizza le famiglie numerose e quelle del Sud. “Le nostre soglie di reddito per l’aiuto ai figli sono molto basse, le più basse d’Europa; e tra i Paesi europei abbiamo le minore spese per i figli; poi va aggiunto il quoziente familiare anche se è difficile sotto vari punti di vista.”
“Modificare la spesa sociale”, redistribuendola “a favore delle famiglie con figli”, è la risposta invece della Serafini, la quale propone come “filo conduttore” l’idea che “fare figli è il fatto più privato che produce maggiori conseguenze pubbliche.” Dobbiamo modificare la composizione della spesa sociale a favore della famiglia, noi spendiamo per i figli meno della metà della media europea. Come ridistribuire? Rivedere “gli assegni familiari (il tasso è troppo basso) e l’imposizione fiscale”; offrire servizi adeguati per cui dobbiamo riscrivere “i livelli essenziali delle famiglie” e ragionare su quali tipi di servizi, per un welfare che agisca di conseguenza. In particolare cita i nidi per l’infanzia che dovranno essere una casa per il bambino, ma anche per il genitore a sostegno della sua opera educativa. Infine i media. “C’è una sproporzione – chiude la Serafini – tra l’influenza dei media e il governo dei processi dei media”. E ricorda che l’Italia ha i bambini più obesi d’Europa per il bombardamento della pubblicità televisiva e che non c’è più nulla nei palinsensti televisivi per i ragazzi che possa proporsi come discorso educativo.
Abbiamo scadenze impellenti, “ciò non toglie che dinanzi alla tenuta di bilancio si possano fare scelte prioritarie” – ha sottolineato la Lorenzin - questo è già stato fatto, anche se si può fare meglio. Tre i settori d’impegno, secondo l’esponente Pdl: la manovra fiscale (abbassare la pressione, cominciando dalla famiglia), il federalismo per migliorare l’impatto dei servizi sulla persona, “già oggi la differenza si vede a livello di enti locali”. Il terzo elemento è la “riforma del lavoro femminile” e degli “ammortizzatori sociali”.
E Donati aggiunge: “Questa ridistribuzione non è un costo aggiuntivo, perché è una ridistribuzione orizzontale, non verticale, ma Tremonti non lo capisce e non vuole dare il quoziente familiare perché, innanzitutto, non identifica il soggetto famiglia”.
Proprio sull’autonomia degli enti locali fa leva la Lega, con Polledri (si augura il quoziente fiscale, l’aumento degli assegni familiari per le famiglie numerose) che illustra come il federalismo fiscale possa essere “indirettamente a sostegno della famiglia”, poiché “si vedrà quanto un’amministrazione investe in sociale, in asili e così via” e, “nella terza parte dei decreti attuativi del federalismo fiscale, si dovrà parlare proprio di redistribuzione”.
Ma se sulla necessità di una redistribuzione a favore delle famiglie tutti sono d’accordo, Santolini invita a chiarire quali siano le ricette. “Sì alle deduzioni per i figli a carico, no alle detrazioni, e personalmente sono contraria al quoziente familiare”, ha dichiarato l’esponente Udc. Si può partire anche con poco, “dai redditi più bassi e con cifre ridotte”, ma “un segnale culturale va dato”.
Bisogna cominciare a pensare alla famiglia, e su questo sono tutti d’accordo.
Francesco Rossi
Da anni sentiamo e leggiamo questi giusti discorsi ma la condizione delle famiglie con figli non migliora: a mio parere gli assegni famigliari sono RIDICOLI se rapportati al costo di mantenimento e servirebbe il quoziente familiare
Sarebbe inoltre giusto riconoscere una deduzione integrale per gli investimenti nell’educazione dei figli: negli ultimi 13 anni con 3 figli minori tra asilo nido, scuola dell’infanzia, scuola primaria e secondaria ho già investito quasi 40.000 euro in costi di iscrizione riuscendo a scegliere quello che reputo migliore: per questo non mi vergogno di non poter cambiare l’auto e di non avere l’ultimo modello. Mi dispiace che questo investimento per l’educazione dei figli e quindi per il futuro della società sia stato tassato praticamente come se avessi acquistato un bel SUV.
Caro Direttore, questo forum mi ha distrutto. Il “povero” prof. Donati si è sbracciato a fare analisi e proposte e i politici si sono pronunciati con grande determinazione individuando le cause: la “miopia assoluta di ogni parte politica” (autogoal dichiarato!), “gli individui, in questa fase, hanno difficoltà a vedere un futuro chiaro e quindi “a progettare”. La generazione di mio padre si è mangiata tutto, ha creato il più grande debito del mondo e ci lascerà senza pensione.” (la generazione quale? Dei governanti? Perchè mio babbo non si è mangiato molto del debito pubblico…) “dobbiamo trovare una sorta di alleanza al di là degli schieramenti che impegni tutte le categorie” (e chi non è d’accordo su un’affermazione così?), “trionfa un relativismo egoistico” (Mah va?). E poi le proposte dirompenti: “dobbiamo abbassare la pressione, cominciando dalla famiglia” (quando? In Parlamento c’è il decreto della manovra 2011-2013, cosa aspettano a fare le proposte?), “il federalismo per migliorare l’impatto dei servizi sulla persona” (oggi Formigoni ed Errani hanno detto che questa manovra blocca il federalismo e taglia i servizi degli enti..) “, “nella terza parte dei decreti attuativi del federalismo fiscale, si dovrà parlare proprio di redistribuzione” (ma se la metà della manovra porta via i soldi dai territori?). Posso chiederle Direttore di pubblicare (tagli all’editoria permettendo) gli emendamenti che i parlamentari intervistati presenteranno per migliorare a favore della famiglia il decreto legge che dovrà essere convertito entro il mese di luglio dal parlamento?
Grazie.
Caro William, sono d’accordo con te che le “ricette” proposte dai politici interpellati (senza grande differenza da schieramento a schieramento) sembrano più frasi fatte e ovvietà piuttosto che programmi di una classe dirigente che non pare avere idee le chiare su nulla. Forse il motivo è nella legge elettorale che consente ai partiti di candidare (e far eleggere) illustri sconosciuti (e incompetenti) che abbiano come unico requisito l’affidabilità…spesso non riuscendo nemmeno in questo. Sui problemi economici dei nostri tempi ci sarebbe molto da dire, ma a mio avviso anch’essi sono figli di qualcuno e in particolare di quella mentalità statalista-sindacal-popolare che dagli anni 70 in poi (e in parte ancor oggi) ha considerato lo Stato come una immensa mucca da mungere per interessi clientelari, politici e forse anche sociali, ma dalla visione miope, che hanno portato lo Stato (inteso come tutta la pubblica amministrazione, anche locale quindi) a spendere solitamente molto di più del necessario e spesso molto più di ciò che si aveva a disposizione, senza alcun ritegno sul fatto che poi, generazioni future, avrebbero pagato il conto. Oggi i conti sono da pagare e la famiglia è l’anello debole della catena (perchè non ha associazioni o sindacati e neppure partiti a rappresentarla davvero). La manovra è dura? Andate a vedere in Grecia cosa significa una manovra dura (e fra qualche anno se non si cambia qualcosa tocca a noi). Il vero difetto della manovra è che ancora una volta tampona l’emergenza, ma non toccca i meccanismi di spesa pubblica…rinviando ancora la vera soluzione del problema.