Lanfranchi: “A tutti ho voluto bene”
L’omelia di addio di monsignor Antonio Lanfranchi, segnata da tanti ‘grazie’
Carissimi tutti! Non trovo parole più eloquenti per rivelarvi i sentimenti che porto nel cuore in questo momento di quelle del salmo 133: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli siano insieme… Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre”.
Se volete conoscere il sogno che mi ha accompagnato nei sei anni del mio ministero episcopale, guardate l’Assemblea di questa sera. È davvero il mio sogno. Tutto il popolo di Dio, tutta Cesena raccolta insieme come un cuore solo. C’è il vescovo che mi ha preceduto monsignor Lino Garavaglia, che saluto con grato affetto, così come vorrei far giungere i sentimenti di affetto e di vicinanza a monsignor Luigi Amaducci. Ci sono le autorità, i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate, i laici; ci siamo tutti. Tutti insieme attorno al vescovo Antonio, non per quello che è come semplice persona, con i suoi limiti, ma per quello che rappresenta. Il desiderio della comunione mi ha accompagnato in questi sei anni; comunione con le tonalità della fraternità, della convivialità, della condivisione, della solidarietà; comunione tra preti, tra laici, tra aggregazioni, tra parrocchie, tra preti e laici, tra credenti e non credenti, tra vescovo e tutti, perché il Signore è capace di costruire una comunione al di là di quella varietà di differenze, di visioni, di interessi che inevitabilmente ci portiamo dentro. Per questo, questa Assemblea è una gioia immensa. Che il Signore custodisca e faccia crescere questo sogno nella chiesa di Cesena-Sarsina.
Tra le consegne che il vescovo che mi ha ordinato mi ha dato c’era questa: “Cerca di essere il vescovo di tutti, ma proprio di tutti”. Ho cercato di prendere sul serio questa consegna, di non escludere nessuno dal mio cuore, anche se sono consapevole che i miei limiti: di tempo, di carattere, di capacità, di fatto mi hanno impedito di venire incontro a tutte le aspettative. Ho cercato di essere vescovo tra gente e per la gente, favorito dalla grande cordialità con cui sono stato accolto e che mi ha permesso di pormi con grande libertà interiore in ogni ambiente. Vorrei applicare a me, alla mia venuta in mezzo a voi, le parole rivolte dal Signore a Mosè, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Togliti i sandali, perché il luogo sul quale tu stai è un suolo santo”.
Terra santa era per Mosè quel luogo anche se era deserto, indicato a volte dalla Scrittura come luogo senza risorse, luogo abbandonato, di privazioni, di prove. Terra santa, luogo benedetto è ogni luogo dove tu incontri il Signore, dove la gloria di Dio si manifesta. Terra santa sei stata per me Cesena, perché qui il Signore mi ha chiamato e mi si è fatto incontro in tanti fratelli. Terra santa sei Cesena, terra in cui sono state scritte tante pagine dai “santi di casa nostra” che ho imparato a conoscere; terra in cui ancora oggi si scrivono pagine belle da giovani, da adulti, da famiglie, che traggono dalla loro fede un motivo in più per amare queste luoghi in una comunione di destino con tutti i suoi abitanti. Ho cercato di contribuire all’edificazione di una comunità cristiana incarnata in un territorio “chiesa nella città”.
Abbiamo ascoltato come Mosè sia stato inviato da Dio agli Israeliti con questo mandato: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”. Paolo aggiungerà “il Dio di nostro Signore Gesù Cristo”. È la visione di un Dio che entra nella vita dell’uomo per fare storia con lui, per camminare con lui, facendo sentire la sua presenza liberatrice e orientativa. Dio è Il Dio dei padri, ma anche il Dio del presente: “Dirai: ’Io sono’ mi manda a voi”; Dio è anche il Dio del futuro, che chiama a un esodo dalla schiavitù alla libertà, che guida verso una terra promessa. Rendere presente questo Dio è la missione perenne della Chiesa.
È questa visione di Chiesa, inserita nella storia dell’uomo che fin dall’inizio ho cercato di indicare: “Chiesa nella città”. Nel primo messaggio alla città sottolineavo che “della città la Chiesa custodisce la memoria, della città la Chiesa vuole abitare il presente, della città la Chiesa vuole anche sognare il futuro” ed esortavo ad abitare insieme il presente per sognare insieme il futuro. Abitiamo un presente che ha bisogno di essere aperto ad un futuro di speranza e che richiede l’apporto di tutti. La presenza delle autorità, a cui va la mia stima e la mia gratitudine, la interpreto anche nel segno di questo stretto connubio tra città e Chiesa.
La Chiesa e la città, pur essendo distinte, hanno bisogno l’una dell’altra. La Chiesa è chiamata ad amare la città, perché abitata da fratelli, da persone che Dio ama; è chiamata a ricordarle il primato di Dio, l’importanza di Dio per costruire un’autentica civiltà della verità e dell’amore. La città a sua volta ricorda alla Chiesa che il cammino di salvezza è comunione fra tutti e non sopravvivenza di singoli. Il tempo di crisi che stiamo vivendo richiede in termini ancora più forti questo mutuo servizio, una sorta di nuovo patto per immaginare il domani di Cesena e il suo territorio. Mentre con voi ringrazio il Signore per questa esperienza di Chiesa che mi ha dato la grazia di vivere, invoco il suo Spirito perché Chiesa e città camminino insieme verso la città ideale sognata da Dio e dall’uomo.
Sarebbe giusto terminare qui l’omelia, per non abusare della vostra attenzione. Ma permettetemi ancora qualche parola di saluto affettuoso e riconoscente. Dopo sei anni di servizio in questa diocesi il Papa mi chiama ora a servire nella diocesi di Modena-Nonantola. Nella chiamata del Papa debbo riconoscere la voce del Signore. Per questo, pur con la fatica del distacco, vado volentieri. Vado portando nel cuore l’amore per Cesena. I legami che il Signore ci dona di costruire sono la cosa più bella e più importante della vita; e i legami sono sacri, non si recidono mai. I legami costruiti qui saranno per me una compagnia buona. Vorrei in questo momento avere una parola di ringraziamento e di incoraggiamento per ognuno. Non potendolo fare, raggruppo i ringraziamenti.
Ringrazio anzitutto il presbiterio. Il vescovo, non mi sono mai stancato di dirlo, non è pensabile senza il presbiterio e la sua stessa figura è definita dai volti, dalle storie, dalle relazioni tra tutti i presbiteri. Il presbiterio non è una realtà astratta, è concreto, è l’insieme dei preti di una diocesi, pochi o molti che siano, anziani o giovani. Ho ben impresso nel cuore il primo incontro in Seminario, dall’intervento appassionato di don Rino, vicario generale, a tutti gli altri interventi. Mi preoccupava l’esiguo numero di preti giovani, la mancanza di seminaristi, ma mi incoraggiava il servizio appassionato, generoso, incurante dell’età, di molti. Ora non è che la situazione sia migliore: ci sono più problemi, più capelli grigi, più preti gravati dalla malattia, ma anche la consolazione di un bel gruppo di seminaristi teologi. Vorrei dire ad ognuno le parole rassicuranti di Paolo a Timoteo: “So in chi ho posto la mia fiducia” (2 Tim. 1,12). Il Signore si impegna in prima persona. Mi intratterrò in seguito più a lungo con loro. Ora vorrei dire solo che li porto nel cuore tutti. Che il Signore li benedica; pregherò perché siano un cuore solo e un’anima sola insieme al vescovo che il Signore, attraverso il ministero del Papa, donerà loro.
Accanto ai preti ricordo naturalmente i diaconi permanenti. Di loro ho letto una definizione che mi ha incuriosito: sono le cellule staminali del ministero ecclesiale, cellule che non hanno ancora assunta una fisionomia precisa, ma proprio per questo sono pronte ad assumere qualsiasi servizio venga loro richiesto. Ringrazio di cuore i diaconi per l’umiltà e l’obbedienza con cui portano avanti il loro servizio. Dico loro di non preoccuparsi troppo che venga definito meglio il loro ruolo; la loro gioia deve essere di essere sempre e solo diaconi, cioè servitori, sul modello di Gesù servo, richiamando così a tutti la missione e lo stile di essere nella Chiesa.
Ringrazio i religiosi, le religiose, le persone consacrate. A volte mi è venuto da sottolineare: “Che sarebbe la nostra Chiesa senza la loro presenza?”. Non solo verrebbero meno alcuni preziosissimi servizi, ma soprattutto verrebbe a mancare un segno della radicalità della sequela di cui abbiamo assoluto bisogno. Una Chiesa è davvero tale solo se al suo interno ci sono persone che, per seguire Cristo, sono disposte ad abbandonare tutto. Di questa gratuità una comunità vive. La nostra Chiesa deve molto della sua bellezza alla presenza di persone consacrate con il carisma di consacrazione di cui sono portatrici. A loro vorrei semplicemente dire: “Siate voi stessi, con fierezza, umiltà e gioia”. Basta questo perché la vostra presenza sia feconda e insostituibile.
Naturalmente debbo ringraziare tutti i “fedeli laici”, dai bambini , ai ragazzi, ai giovani, agli adulti, agli anziani, a quelli aggregati come ai non aggregati. Sono orgoglioso del laicato di Cesena, della loro testimonianza personale e comunitaria. A loro soprattutto si deve se la Chiesa può essere presente in tutti gli ambiti e gli ambienti di vita, se può essere significativa per tutte le età e le condizioni di vita. Grazie a loro la Chiesa può essere la “casa di Dio tra le case degli uomini”. A loro vorrei augurare di essere contenti e orgogliosi di appartenere alla Chiesa; di sentirla come la loro casa comune.
L’accenno ai laici mi spinge a ringraziare i cesenati tutti; a tutti nel cuore ho voluto bene. Come ho già sottolineato, ho cercato di far sì che la mia presenza fosse strumento di unità e di comunione, nel rispetto delle diversità; credo con tutto il cuore nella vocazione degli uomini all’unità e alla pace, anche se difficile da realizzare. Debbo ringraziare tutte le autorità che in questi anni ho incontrato, con cui non mi è stato difficile sintonizzarmi sulla stessa lunghezza d’onda, alla ricerca del bene comune. Ho cercato di dare e ho ricevuto, nel rispetto dei ruoli, collaborazione e stima.
Dopo sei anni lascio Cesena arricchito di amici, di esperienze, di volti da ricordare. Parafrasando “Il Piccolo Principe” mi verrebbe da dire: “I colori delle colline del cesenate (il Piccolo Principe dice: il colore del grano) mi parlano molto di più adesso di sei anni fa”. Chiedo perdono al Signore e a voi di quello che non ho saputo fare e benedico per tutto quello che la grazia di Dio e la vostra collaborazione ci hanno permesso di vivere. Accompagnatemi con la vostra preghiera.
Preghiamo per il nuovo vescovo e accoglietelo con gioia e disponibilità.
Che il Signore vi benedica.
Antonio Lanfranchi