Il Vangelo visto da un laico

Quando le feste sono accette a Dio

di Alberto Busato

Commento al Vangelo di domenica 14 marzo 2010.


Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe perso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: “Padre ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno di tuoi salariati Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, , mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto, ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa».

«Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; Chiamò uno dei servi e gli domandò cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo: Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disubbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Molti dicono che questa parabola falsamente fa intendere che il protagonista sia il figliolo dissipatore e poi pentito, mentre in realtà è il padre accoglitore e felice di aver ritrovato un figlio, tanto felice da indire una festa enorme con banchetto, musiche e danze. E’ una festa chiaramente accetta a Dio, che in quel padre si rispecchia, manifestando la sua natura “umana”, nel senso di simulacro di quella propria, divina.

Ma in ombra, nella parabola ci sono altre feste, quelle nelle quali, il figliolo uscito di casa, stempera la sua esistenza tra prostitute e piaceri vari. E’ chiaro che queste feste sono feste non accette a Dio. Manca in esse un elemento fondamentale, l’amore. Quello vero del cuore, dell’avverarsi della speranza. Del ritrovamento. Quello che fa dimenticare all’istante la sofferenza, che è la misura della sua mancanza.

Le feste senza amore non sono accette a Dio. Esse non fanno dimenticare le sofferenze, ma sono la premessa per produrle. Eppure oggi molti falsi maestri spendono parole e filosofie per promuoverle e indicarle ai giovani come promessa di maturazione. “Esci dalla tua casa paterna appena la tua età legale te lo consente e prova la vita” L’esperienza dettata dalla curiosità dell’esperienza, è solo un grave pericolo come quello sperimentato dal figlio dissipatore della parabola.

La vera esperienza è quella dettata dalla necessità che fa da guida e non lascia campo alle tentazioni, oppure indicata dalla volontà di creare la nuova famiglia. Ecco allora un altro modello di festa accetta a Dio. Quando giunge il tempo di lasciare la casa paterna nel subentrante ciclo della vita. Ed è una festa accetta a Dio, perché anche in essa c’è il segno dell’amore. E’ facile distinguere le feste. Vorremmo che i giovani si soffermassero in questa discriminazione.

Pubblicato venerdì 12 marzo 2010 alle 00:00

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