L’impegno del credente nel sociale non esclude alcuna dimensione. Tutt’altro

Caro direttore,
la lettura di un articolo pubblicato sul numero scorso del
Corriere Cesenate e la partecipazione ad alcuni incontri costruttivi, svoltisi in diocesi, mi hanno stimolato a scrivere alcune riflessioni.

Mi sembra che la parola bioetica, o più in generale l’etica, generi un certo clima di “allergia”. Si avverte l’importanza del dialogo, ma certe tematiche è meglio non affrontarle perché comportano un innalzamento di muri.

Di per sé la cosa non è nuova. Diversi anni fa il cardinal Cottier, allora teologo della Casa Pontificia, metteva in risalto un paradosso della nostra società, cioè che da una parte essa si caratterizza per un’eclissi della morale, ma dall’altra è tormentata dai problemi di etica. Tale tormento ha portato ad un pessimismo generale, ad una progressiva perdita del senso morale e a un’accusa rivolta alla Chiesa (puntualmente vista come gerarchia) di un moralismo opprimente e dogmatico. A questa situazione, certamente, hanno contribuito i mezzi di comunicazione e le discussioni dei talkshow, ma anche noi che ci professiamo credenti.

Volendo estremizzare, ma forse neanche troppo, si è arrivati alla convinzione che su certe questioni si possano avere diverse opinioni tra cui ciascuno può scegliere e seguire quella che gli piace di più. Il risultato non può non richiamare alla mente l’immagine della torre di Babele in cui tutti lavorano, ma nessuno si capisce con gli altri. La perdita del riferimento dell’agire ad un senso ultimo e della morale come via alla perfezione ha finito per vedere dappertutto un modo dogmatico di enunciare certi principi (soprattutto di bioetica) e tralasciarne altri (temi sociali, economici e politici). Da qui all’accusa di ridurre la nostra fede cattolica a ideologia il passo è breve.

Faccio un salto, temporale, indietro: qualche settimana fa in occasione del secondo incontro dei Dialoghi per la città con Ernesto Olivero era emerso, in maniera chiara, il bisogno di incontrare buoni maestri di vita e di conoscere maestri e testimoni. Sorge allora, di conseguenza, la domanda: chi sono oggi i veri maestri? A sentire certi “nomi” possono anche venire dei dubbi legittimi. Sono tutti maestri? È sufficiente usare certe “parole chiave” e dialogare su certi temi, evitandone altri, per essere definito maestro? Un tale corse incontro a Gesù e in ginocchio gli chiese: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,18). Quel tale, la domanda, non la rivolge ad un maestro qualsiasi, ma ad un maestro buono. Cioè non vede in Gesù, subito, un esperto di leggi o un esempio da imitare, ma uno che è buono come il bene che cerca. E Gesù lo rimanda subito a Dio.

Chi solleva tematiche di bioetica viene accusato di essere “fondamentalista” perché il riferimento a verità assolute e indiscutibili, secondo alcuni genererebbe intolleranza e non favorirebbe il dialogo, ma sminuirebbe la capacità la capacità della ragione di cercare la verità valida per tutti. In fin dei conti, il centro della bioetica è la domanda sulla vita che riguarda credenti e non credenti perché riguarda la “città degli uomini”. Agire a favore della vita è contribuire al vero rinnovamento della società perché è edificare il bene comune.

Scusatemi l’ovvietà, ma non è possibile costruire il bene comune senza riconoscere e tutelare il diritto alla vita su cui si fondano e si sviluppano tutti gli altri diritti. La Chiesa non cerca di offrire delle ricette morali, come afferma qualcuno, ma ha qualcosa di più grande da dire e da dare: “Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo” (2 Tm 1,10). La vita, che il Vangelo fa risplendere, non è solo quella dell’aldilà, ma la vita eterna che comincia già qui, ora. Questo vale per ogni uomo, credente o no.

Ecco che allora non si può non ricordare l’enciclica di Giovanni Paolo II del 1995, ma ancora attuale, Evangelium vitae in cui si definiva la Chiesa con il titolo di “popolo della vita”: “Siamo il popolo della vita perché Dio, nel suo amore gratuito, ci ha donato il Vangelo della vita e da questo stesso Vangelo noi siamo trasformati e salvati” (EV 79).

Papa Benedetto XVI, domenica scorsa, durante l’Angelus riferendosi al brano evangelico della Trasfigurazione diceva: “Gesù solo è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino. È lui l’unica voce da ascoltare, l’unico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vita”.

Marco Castagnoli

Carissimo Marco,
non mi resta molto altro da aggiungere, visto che mi trovo assolutamente d’accordo con quanto esprimi nella tua lettera.

Mi permetto di sottolineare che l’impegno del cristiano nella vita quotidiana non esclude alcuna dimensione. Bioetica e giustizia sociale non sono alternative. Tutt’altro. Sono convinto che la questione spesso sia mal posta. Non si tratta di escludere, ma di includere, sempre aperti al dialogo con chi lo cerca con cuore sincero.

Francesco Zanotti
zanotti@corrierecesenate.it

Pubblicato venerdì 5 marzo 2010 alle 00:01

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