La politica va intesa come servizio al bene comune e di chi non ha voce

Caro direttore,
su “Avvenire” si è aperto un interessante dibattito sulla presenza dei cattolici nel Partito Democratico, con tanto di “botta e risposta” tra il segretario del Pd e il direttore del giornale.

La scelta che maggiormente fa discutere è la candidatura (o meglio autocandidatura) di Emma Bonino come governatore della regione Lazio, con conseguente fuoriuscita di cattolici dal partito, in primis Paola Binetti, che ha già aderito al Partito di Casini (Udc).

È sicuramente vero che stiamo assistendo a un decadimento nel modo di affrontare scelte politiche importanti come questa, dove ci si fa imporre un nome senza batter ciglio o almeno evocare una maggiore partecipazione con le elezioni primarie (che solo ogni tanto sono palestra di democrazia). Mi chiedo però quale sia la scelta politica di chi abbandona improvvisamente il proprio Partito per approdare nel giro di poche ore ad un altro.

Perché Emma Bonino andava bene come compagna di partito in Parlamento a discutere di fine vita e adesso non va più bene? Se è sicuramente un errore pensare che Emma Bonino possa essere la sintesi giusta per un programma di coalizione che raccoglie sensibilità diverse, mi pare un errore altrettanto evidente non aver chiesto un confronto programmatico all’interno del Partito. Avrei preferito che Binetti fosse uscita quando le è stata proposta la candidatura alle elezioni politiche in un patto Pd-Radicali o quando il gruppo parlamentare Pd ha banalizzato la questione della libertà di coscienza, con un regolamento interno “a maggioranza” che svilisce uno degli obiettivi fondanti del Partito. Binetti è stata eletta nelle liste del Pd secondo un progetto politico definito: come fa a passare in ventiquattr’ore da un progetto ad un altro senza indebolirsi in termini di coerenza?

“Il nome e la storia” di Bonino, scrive Marco Tarquinio, “sono un programma”. Posso condividere, ma mi chiedo: non sono forse un programma le storie di quei personaggi politici che guidavano i Partiti 15 anni fa e ancora sono lì, dopo 6-7 legislature consecutive, a decidere per le sorti del Paese senza aver neanche immaginato un ricambio della classe dirigente? Non sono forse un programma le storie di quei politici, condannati anche per reati gravi, che continuano a presentarsi facendo forza su un consenso costruito con il metodo del vassallaggio (memorabile la lezione che ci fece monsignor Nervo a Cesena tanti anni fa)? Se la risposta a queste domande fosse un semplice “SI” ci sarebbe da disperare in vista delle prossime elezioni regionali.

Mi piace invece pensare che si possa ancora “far funzionare la ragione”, come ha detto qualche giorno fa monsignor Miglio, per tradurre i valori umani cristiani in programmi e argomentazioni ispirate al bene comune. I candidati alle prossime elezioni presenteranno dei programmi. A noi il compito di saperli leggere mettendo al centro i problemi delle comunità locali e senza trasformare il voto di fine marzo in uno scontro ideologico, quasi in un referendum su questo o quel leader politico o su questa o quella alleanza elettorale (come si sta già cercando di fare).

Vincerà le elezioni chi meglio saprà dare risposte alla drammatica crisi economica ed occupazionale, ovvero chi saprà dimostrarsi concretamente e seriamente attento ai problemi che stanno a cuore alle persone comuni: la famiglia, la scuola, l’immigrazione, la precarietà subita da tanti giovani, la chiusura quasi quotidiana di fabbriche e stabilimenti.

Di questo siamo chiamati a discutere nelle prossime settimane.

William Casanova

Carissimo William,
con la tua lettera apri anche su queste colonne un dibattito che sta appassionando i lettori di Avvenire.

Credo che la Binetti si sia sempre trovata a disagio nel Pd. La candidatura della Bonino è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e la motivazione, per la Binetti, per andarsene dove, a mio avviso, avrebbe voluto essere già da tempo. Sono convinto che nessuno possa rilasciare patenti a destra o a manca, ma sono altresì convinto che non stia qui la vera questione.

Si tratta di rimettere l’uomo al centro, la persona, con tutte le sue problematiche e drammaticità quotidiane. E poi il bene comune, che troppe volte ormai ci stiamo richiamando. Basta dare un’occhiata ai recenti casi cesenati di cui si parla ampiamente anche in questo numero. Dove sta di casa il bene comune? Chi si è fatto, a suo tempo, questa domanda a proposito del centro commerciale fra il cimitero e le suore di clausura? Oppure nel caso della chiusura delle aule delle medie e del liceo del Sacro Cuore? Come era da realizzare in questi casi concreti?

Sono convinto che la politica stia in questo: nel servizio al bene di tutti, nessuno escluso, partendo dagli ultimi, che oggi potrebbero essere quelli che non hanno voce. Chi ha orecchie, intende!

Ciao.

Francesco Zanotti
zanotti@corrierecesenate.it

Pubblicato venerdì 26 febbraio 2010 alle 00:01

Trattandosi di un vecchio articolo non è più possibile commentare.

Brevi quotidiane

Ultimi articoli

Ultimi interventi

Parole di Vita

Archivio Documenti