Il Vangelo visto da un laico

La “ricchezza” della Scienza

di Alberto Busato

Commento al Vangelo di domenica 14 febbraio 2010.

Dal Vangelo secondo Luca (6,17.20-26)

In quel tempo Gesù, disceso con i dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.

Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’Uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Forse non ci abbiamo mai pensato, al fatto che Gesù, nell’insegnarci che Dio è nostro padre e con Lui dobbiamo avere un rapporto d’amore quale sussiste tra padre e figlio e viceversa, ci ha voluto fare intendere anche che tutto ciò che veniamo a possedere, le “nostre” ricchezze, non sono di nostra proprietà esclusiva, ma in nostra dotazione e uso.

Propriamente, qui sulla Terra, noi non siamo ancora figli maggiorenni, né abbiamo ereditato il pieno possesso di ciò che ci circonda, di ciò che è in noi, di ciò che abbiamo a disposizione, di ciò di cui ci sentiamo ricchi. Questo sentimento è pertinente se abbiamo coscienza della limitazione cui è soggetto il possesso, è abusivo se viviamo nella certezza o nella pretesa di essere esclusivi padroni di cose nostre e personali.

E se pensiamo che le cose costruite e prodotte con la nostra intelligenza siano nostre (almeno queste), sbagliamo ancora, perché non siamo esclusivi padroni neppure della nostra intelligenza. Essa ci è data da Dio, col suo progetto “Uomo”. Perciò anche la Scienza che produciamo ci proviene da Dio, che ci concede di penetrare i segreti dei Suoi progetti. Possiamo quindi usarla come una esclusiva ricchezza nostra? E indirizzarla in ogni dove, morale o meno che sia?

Certi Scienziati si sentono ricchi della loro scienza, la considerano produzione esclusiva e quindi possesso esclusivo. Ecco una categoria di ricchi che oggi va per la maggiore, e nella prosopopea che l’accompagna, indica la religione (nel senso di credulità popolare avallata da Guide oscurantiste) come nemica delle libere iniziative atte a promuovere il progresso. Questi nuovi ricchi, che usano le facoltà intellettuali senza porsi il problema e assumere l’umiltà di capire quale ne è l’origine, sono più responsabili di coloro che usano le ricchezze per sé senza spartirle per il bene comune, in quanto promuovono l’errore col prestigio della loro sapienza. Una sapienza a rischio di essere sterile.

Pubblicato venerdì 12 febbraio 2010 alle 00:00

Trattandosi di un vecchio articolo non è più possibile commentare.

Brevi quotidiane

Ultimi articoli

Ultimi interventi

Parole di Vita

Archivio Documenti