“L’Amore è esigente e chiede tutto”

Domenica 14 febbraio si celebra la Giornata dedicata al sostegno del Seminario. Oltre alle messe a suffragio, si può aiutare la formazione dei giovani in cammino. Le testimonianze dei seminaristi di Cesena-Sarsina che studiano a Bologna

Si celebra domenica 14 febbraio la Giornata diocesana del Seminario. Prevista in un primo tempo per il 24 gennaio, era slittata a causa “dell’emergenza Haiti”. Si tratta di un momento di riflessione e preghiera per le vocazioni sacerdotali, per contribuire, in misura delle proprie possibilità, al sostegno delle attività del Seminario o per aiutare direttamente qualche seminarista. Pubblichiamo di seguito una testimonianza dal Seminario di Bologna. Ne trovate altre nell’edizione cartacea del Corriere di questa settimana.

Sia chiaro, con l’amore non si discute. L’amore, anzi l’Amore, non vuole un pezzo di cuore, qualche giro di lancetta, l’impegno di un braccio o un posto nell’anima. Vuole tutto.

Ricordo bene il primo giorno in cui ho attraversato il cancello del Seminario di Bologna, ormai quattro anni fa. L’io mi navigava dentro come un naufrago, una bottiglia rotta che migrava per il corpo e pungeva la carne. Un calore strano, un fuoco infuriava nel petto. Un’ansia, una spaccatura che si allargava in un vetro sotto i piedi e mi faceva restare immobile come una statua: ’Che ci faccio qui?’.

Quella domanda, dopo tre anni, me la faccio ancora. Ogni mattina, appena sveglio, mentre lodo Dio. E ogni mattina Dio mi dà la risposta, racchiusa nell’Amore di Gesù, nell’Amore per Gesù, nell’Amore che è Gesù. In trent’anni di vita, oggi mi dico: non avrei potuto sperare in una risposta migliore. Perché è la mia risposta.

Un domenicano francese, Padre Sertillanges, diceva che la vocazione è quello che un uomo è. Per me la vocazione fu Cristo che mi prese per mano in un giorno di sole; il cammino nell’Azione Cattolica di Cesena, dove mi fu insegnato a lottare per il giusto e il bene. L’accompagnamento sempre presente del seminario di Cesena e dei suoi superiori. E mi accorgo, con un pizzico di nostalgia, che in questi anni di affidamento al Signore la lista delle persone per cui ringraziarLo si è fatta davvero lunga. Pagine e pagine. In ognuna di loro ho scoperto l’esigenza di trovare una risposta all’ansia di Dio che si faceva prossimo e chiedeva con impazienza: ’Chi manderò e chi andrà per noi?’.

A volte la vita rende prudenti, ingenerosi. Questa domanda l’ho portata nel cuore per tanto tempo. Era una domanda che faceva vacillare, che desiderava abbandonassi i sicuri porti delle mie evidenze per navigare in mare aperto. Una promessa che stava tra un’assenza e una fiducia. E uno sguardo di infinita tenerezza. Per anni ho continuato a salire su quella barca. A cercare la felicità: e non è forse il desiderio di tutti? Ma quante volte ho continuato a tener saldo un ormeggio, e con la coda dell’occhio ho controllato che la riva non si allontanasse troppo. Ma come ho già detto: con l’amore non si discute.

Poi la risposta: ’Eccomi, manda me’. In quel momento ho capito che prima di quella adesione di cuore, in ogni caso, non mi sarei potuto aspettare di arrivare oltre un certo punto. Questo è il quarto anno di seminario, e se ho capito qualcosa è che la voce del Signore è una voce leggera, che si percepisce nel profondo. Per imparare ad ascoltare bisogna prima imparare a tacere, a fare silenzio. Il seminario è proprio questo: un luogo di quiete dove il Signore parla, insegna a diventargli intimi, a stare con Lui. Non si può imparare ad ascoltare se prima non si impara a restare soli con Lui.

Il passato corre fra esperienze di lavoro, i ricordi dello studio, delle amicizie e degli affetti. Un passato splendido, che si è aperto a qualcosa di ancora più affascinante, in cui Gesù chiama a compenetrarsi a Lui, diventare Lui. Come in uno specchio. Certo, devo fare ancora molto. E’ smisuratamente lungo il cammino. Ma posso avere la certezza, in ogni istante, ad ogni passo, di non essere mai solo. Non è un cammino fuori dal mondo, dalla storia, dall’umano. E’ la certezza di essere a fianco di quella presenza, il miracolo di avere vista e udito così allungati verso il nostro cuore per cercare il pane più chiaro dell’essere.

Ora vorrei trovare una definizione, una risposta a chi mi chiede perché sono entrato in seminario, scovare una parola, una sola parola, che ne racchiuda l’essenza. Come la poesia. Ma ogni vocabolo appare come insufficiente, inadeguato. L’unico che sembra avvicinarsi un poco è: amore. Potrà sembrare anche banale, ma questo è tutto.

Perché sono entrato in seminario? Per guardare quel che mi aspetta oltre lo specchio. E farlo proseguire, e dargli spazio, fuori e dentro di me. Con tenerezza.

Filippo Cappelli

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