Tra sussidiarietà e solidarietà
Il professor Flavio Felice è stato relatore al secondo incontro della Settimana sociale di Cesena-Sarsina. Nell’Enciclica “Caritas in veritate” l’invito del Papa a “sporcarsi le mani” nelle istituzioni
Un altro importante tassello nella lunga tradizione della Dottrina sociale della chiesa. La lettera enciclica Caritas in veritate di papa Benedetto XVI non parla in modo astratto del cristianesimo, ma vuole spingere tutti i cattolici a un impegno attivo nella società: “I cardini su cui poggia l’enciclica sono il principio di solidarietà e quello di sussidiarietà, una costante nel magistero dagli anni ’30 del ventesimo secolo ai giorni nostri. Due principi assolutamente complementari”.
Parole del professor Flavio Felice, ordinario di economia politica all’Università lateranense di Roma, e relatore al secondo appuntamento della settimana sociale della diocesi: “Questi principi si trovano in modo esplicito nella Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II che si richiama, aggiornandola a vent’anni dalla promulgazione, alla Popolorum progressio di Paolo VI. E anticipa la Caritas in veritate”.
Tre encicliche che costituiscono la base della moderna Dottrina sociale della Chiesa: “Negli anni ’60 – ha spiegato Felice – il clima era di generale ottimismo nei confronti di uno sviluppo economico che sembrava fosse inarrestabile. Paolo VI con la Popolorum progressio mise in guardia da uno sviluppo solo materiale che, per di più, sembrava ignorare larga parte del mondo. I paesi ricchi non potevano illudersi di lasciarne indietro altri. Vent’anni dopo, quando era chiaro a tutti che il socialismo si era mostrato incapace di dare risposte ai problemi del mondo, la Sollicitudo rei socialis riconosce le opportunità della globalizzazione, indicando ai paesi ricchi la necessità di far entrare nel circuito i paesi poveri. Oggi, con la Caritas in veritate, vi è un altro cambio di passo. È venuta meno l’istanza metafisica del “mercato che si autoregola” e l’enciclica ne riconosce l’inconsistenza. Il mercato, la più alta forma di collaborazione, non può auto- fondarsi, dal momento che deve fare affidamento su valori etici esterni”.
Nessuna esaltazione o demonizzazione del mercato, dunque, solo l’evidenza che ogni libero mercato non può essere lasciato del tutto a se stesso, se non a prezzo di generare nuova ingiustizia sociale. “L’economia è naturalmente per l’uomo – ha spiegato Felice – perché ha la pretesa di risolvere problemi contingenti. Se l’economia non fosse per l’uomo sarebbe solo un gioco matematico. Questa enciclica non è un trattato di economia, ma in essa Benedetto XVI indica all’economia la via per essere realmente al servizio dell’uomo”.
Oltre alla complementarietà tra solidarietà e sussidiarietà, Benedetto XVI pone l’accento sul concetto di bene comune, ridefinendone i termini: “Impegnarsi per il bene comune – è scritto nel paragrafo 7 della Caritas in veritate - è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente, il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pòlis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a vivere questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pòlis”.
Un invito esplicito del pontefice a tutti i credenti, a “sporcarsi le mani” nelle istituzioni: “Si tratta di una via istituzionale alla carità – ha sottolineato Felice – non meno incisiva di altre forme di carità diretta al prossimo”.
Michelangelo Bucci