La preziosità dell’amicizia sacerdotale
Intervista a don Paolo Pasolini, da un anno parroco a San Rocco di Cesena
“Per mangiare in santa pace in questa casa bisognerà che qualcuno di noi si faccia prete”: così aveva esordito schiettamente il giovane Paolo davanti all’ennesima proposta della mamma di ospitare a cena un missionario.
Un’affermazione forte che aveva strappato dalle mani l’unico schiaffone che il suo babbo gli ha dato in 40 anni.
Per Paolo è sempre stato chiaro il desiderio della famiglia, soprattutto della mamma che con due figlie femmine e due maschietti sperava di poter ben presto avere la grazia di una vocazione consacrata in casa. Lui però era convinto che dopo le medie avrebbe frequentato l’alberghiero per diventare un bravo capo cuoco. Non aveva idea, allora dodicenne, che sarebbe cambiato tutto nel giro di un anno. L’estate successiva infatti Paolo partecipa al campo di Carpineta guidato da don Gino Baldacci e don Stefano Golinucci. “Nel giro di 15 giorni, dopo quella vacanza, alcuni miei compagni ed io siamo entrati in seminario”. Così in maniera semplice e spontanea si è rivelata la vocazione al ministero sacerdotale di don Paolo Pasolini, classe 1965.
Il giovane parroco 43enne, oggi impegnato alla guida di San Rocco, è cresciuto in una famiglia originaria di Longiano (Badia e Crocetta). Dei 4 figli lui e la sorella Bernardetta hanno abbracciato totalmente il loro amore per Cristo. La sorella di don Paolo è infatti una Memores Domini, oggi impegnata a Novosibirsk, in Siberia.
Il “nuovo” seminario
“Al mio ingresso in terza media, il seminario si stava modificando non solo nei muri. Allora ne aveva preso le redini don Onerio Manduca che aveva chiuso il seminario agli esterni che lo frequentavano solo per gli studi, trasformandolo in un luogo mirato alla verifica vocazionale”.
“Consigliato da don Onerio – confida don Paolo – ho anche cambiato il mio indirizzo di studi. Mi sono iscritto al Liceo Classico dove per un certo periodo, non lo nascondo, mi sono sentito un po’ fuori posto. Ero circondato da ragazzi di buona famiglia che parlavano come “un libro stampato”. Ma dopo le prime difficoltà ho iniziato a gustare lo studio anche sostenuto dagli adulti di Gioventù Studentesca, come ad esempio Paola Piraccini che per lungo mi ha seguito”.
La maggiore età lo ha condotto alla scelta radicale. “Intorno al 1982 ho capito con forza che la mia strada era quella di diventare sacerdote. A 18 anni sono entrato in seminario a Bologna e a 23 anni, terminata la facoltà di Teologia, ero già vice parroco a San Rocco, benché accolito”.
Un caso più unico che raro quello di don Paolo che già era aiutante in parrocchia pur non avendo ancora ricevuto il primo grado dell’ordine sacro, il diaconato. “Ricordo che sono entrato a San Rocco in occasione di San Michele, il 25 novembre sono stato ordinato diacono e il 23 giugno del 1990 sono diventato prete”.
Nei 7 anni trascorsi a San Rocco don Paolo non si è risparmiato. “Era il periodo della giovinezza sacerdotale. Avevo una gran voglia di donarmi e il lavoro con i giovani è stato entusiasmante. Ma sapevo che dopo tutti questi anni a San Rocco ben presto sarebbe sopraggiunto un cambio”. E infatti a metà del 1996 arriva la nomina di parroco a Gatteo Mare (a cui si è unita nel 2003 Villamarina) dove don Paolo è rimasto fino al 2008.
Superare il “trauma” del distacco da San Rocco non è stato facile e ritornare poi nel 2008 nella parrocchia che lo aveva visto muovere i primi passi del suo ministero non lo è stato altrettanto. “I primi mesi sono stati un continuo balzo indietro nel passato. Ho trovato una parrocchia cambiata, in cui i ritmi si erano un po’ rallentati. La comunità di San Rocco che ha sempre potuto contare sulla presenza dei cappellani, negli ultimi anni ha invece dovuto fare i conti con l’assenza di un aiuto parroco. Questo ha inevitabilmente portato alla riduzione di alcune attività”.
L’amicizia sacerdotale
Oggi a San Rocco i preti sono due don Paolo e don Bruno Benini, in parrocchia dal 1975. “Sono contento che al mio ingresso don Bruno abbia deciso di restare ad abitare qui. Si tratta di un grande sostegno per me. Quando vai parroco provi infatti una sorta di solitudine pastorale e non solo fisica. Hai la possibilità di chiamare al telefono i tuoi amici preti, ma è non la stessa cosa di quando invece puoi condividere giorno per giorno l’opera del tuo ministero. La possibilità di un confronto alleggerisce il peso dei problemi, e qui, grazie a questa presenza, mi sono scoperto più tranquillo e rilassato. Si tratta di un’amicizia sacerdotale preziosa”.
A San Rocco il lavoro infatti non manca. La parrocchia è fra le più numerose della diocesi con 5500 abitanti, molti dei quali giovani, ma i bimbi non sono tanti. Sono infatti 160 quelli che dalla 2° elementare alla terza media che frequentano il catechismo.
Alla ricerca della vocazione
“Tutto il mio lavoro è vocazionale. La vita è una vocazione”. Con queste parole don Paolo Pasolini condensa la missione del suo ministero. “Ho imparato a guardare non solo ai risultati. Per me è sempre un nuovo inizio. Tutte le volte si ricomincia daccapo. E ho compreso che le vere gioie e le vere tristezze sono dentro di noi. Le cose belle quando ci accadono, non le abbiamo nemmeno pensate”.
“Ho notato che il rapporto tra la gente e il proprio prete è maturato e carico di rispetto. Le persone si rendono conto che i preti sono preziosi e anche noi ce ne stiamo accorgendo, non essendo eterni e soprattutto pochi. Il nostro compito però deve essere centrato sulla persona e non dobbiamo perdere tempo”.
Secondo don Paolo gli strumenti di ogni sacerdote sono numerosi. “Se il prete non è un uomo di relazione non serve a nulla. Deve essere disposto al dialogo, al sostegno, deve andare in mezzo alle case e non limitarsi all’incontro con l’altro nella confessione, nella predica alla messa o durante il catechismo. Sono questi momenti importanti, ma talvolta non sufficienti. È la persona del prete ciò che colpisce. È la serenità della sua fede vissuta con equilibrio, la capacità di mettersi in gioco in questo sposalizio con Dio”.
Barbara Baronio