Il Vangelo visto da un laico
Fede pubblica e nascosta
di Alberto Busato
Commento al Vangelo di domenica 28 giugno 2009.
Dal Vangelo secondo Marco (5,21-43)
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva attorno.
Ora, una donna che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva, infatti: « Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?» I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te, e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga venero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!» E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte: Entrato disse loro: «Perché vi agitate e piangete?La bambina non è morta ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum» che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati! E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva in fatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.
Questo brano chiarisce il concetto di fede secondo Gesù, e anche il senso dei “miracoli” di Gesù. Che è improprio chiamare “miracoli”, in quanto che la loro manifestazione non è per l’appunto una semplice manifestazione, ma una manifestazione legata a un preciso contesto, a una precisa condizione e a una precisa motivazione (da parte di Gesù). Il contesto coinvolge la sofferenza, il dolore degli “interessati”, la condizione è la fede, e la motivazione (l’elemento preminente) è l’amore di Gesù. Gesù opera per amore del “suo prossimo”, delle persone che soffrono e chiedono un aiuto, un aiuto nel quale c’è una fede assoluta nella guarigione, di qualunque natura essa sia.
Una fede nel ripristino del bene, da parte di chi è Autore del bene. Questo tipo di fede è quindi la fede nell’amore di Dio. E’ nello stesso tempo il ripudio del peccato. Don Lino Mancini esprimeva questo concetto con queste parole: «Il peccato è credere che Dio non ci ami». Se uno chiede l’aiuto di Dio, la sua fede prioritaria è quindi costituita dal credere nell’amore di Dio. E’ infatti irrazionale chiedere aiuto a chi non ci ama. In sintesi la fede è la fiducia nell’amore di Dio. Questa è la fede che Gesù ci ha fatto capire col suo atteggiamento e le sue azioni. E’ allora chiaro che il “miracolo” non è una manifestazione di magia da parte di un Mago ritenuto tale.
Se le condizioni dell’opera di Gesù possono indurre in questo fraintendimento, Gesù ripristina un contesto inequivocabile ove i “miscredenti” (persone di fede equivoca) vengono emarginati, e gli “increduli” (persone attaccate alle positività filosofiche ove l’amore è estraneo) vengono parimenti emarginati. Gesù nel compiere il miracolo dell’eliminazione della sofferenza e il ripristino della gioia, sta solo con coloro “attraversati” dall’amore reciproco, cioè dalla fede. Ecco allora, che rende partecipe del miracolo un pubblico esteso, individuando tra la folla che gli si accalca la donna che gli aveva toccato la veste, quando il pubblico manifesta col seguirlo la sua fede; nasconde invece il miracolo a chi è sospinto solo da curiosità di spettacolo, o addirittura è incline alla derisione dei creduloni di fronte ai trucchi dei Maghi.
Quando noi ci riferiamo ai “miracoli” di Gesù con un lessico improprio, dobbiamo ricordare la motivazione essenziale che vi è connessa e che lo distingue dalle manifestazioni spettacolari (pubblicizzate e non nascoste): il soverchiante amore di Dio per le sue creature e la partecipazione alle loro sofferenze. Testimoniata tangibilmente da Gesù sulla croce!