Lo Stato di diritto e la libertà di educazione

di Antonio Belluzzi*

“La Polonia comunista non avrebbe osato tanto”. Così il cardinale Zenon Grocholewsky commenta l’inaudita violazione del principio di libertà di scelta educativa, operata dalla circolare 13/E 9/4/09 dell’Agenzia delle entrate.

Infatti, nella condivisibile e opportuna lotta contro l’evasione fiscale, la circolare sembra mettere sullo stesso piano servizi per il tempo libero e servizi educativi, puntando il dito contro le famiglie che mandano i figli nelle scuole cosiddette “private”.

Non è ben chiaro a cosa si riferisca il documento quando parla di scuole “private” e questo meriterebbe di certo un chiarimento. L’Agenzia individua nelle scuole così definite un “servizio di lusso” e quindi un indicatore attendibile di ricchezza: raccomanda ai propri uffici “un attento esame di elementi di spesa e di investimento indicativi di capacità contributiva”. Cosa significa? Se una famiglia può permettersi di pagare la retta di una “privata” per uno o più figli, deve avere una capacità di spesa non indifferente che va ovviamente riscontrata nella dichiarazione dei redditi. In sintesi, pagare diverse migliaia di euro all’anno per una scuola “privata” viene considerata un “lusso”, così come avvalersi di porti turistici, circoli esclusivi, wellness center e tour operator o un’auto di cilindrata elevata.

Occorre dire che le scuole paritarie non sono “private”, ma fanno parte del sistema pubblico di istruzione secondo la legge Berlinguer 62/2000 e che il termine “private” non ha alcun riferimento legislativo. Inoltre, è cosa molto antipatica difendersi dalla presunzione di essere degli evasori fiscali, ma di più irrita che sullo stesso piano vengano posti servizi per il tempo libero e servizi educativi.

E’ profondamente vero che iscrivere i propri figli alla scuola paritaria è un gravoso onere per le famiglie: secondo alcune fonti ufficiali le rette nelle scuole “cattoliche” oscillano fra 2500 e 3500 mentre in quelle “laiche” tra 4500 e 6000 euro all’anno. Per educare i figli in una scuola che ne rispetti le convinzioni e gli ideali, molte famiglie, compresa la mia, fanno sacrifici e li fanno senza esitazioni, ma insieme si chiedono il perché di questo. Ovunque in Europa, tranne che in Italia e in Grecia, è lo Stato a pagare la scuola pubblica (paritaria o meno), e ciò accade sia nei paesi più liberali come Belgio o Olanda che in quelli ex-comunisti come Polonia, Slovacchia o Romania.

Inoltre, sappiamo che lo Stato italiano dovrebbe spendere più di 6000 milioni di euro per consentire la frequenza delle scuole statali agli studenti delle scuole paritarie qualora queste chiudessero in blocco: ciò rende economicamente “conveniente” per lo Stato incrementare il proprio impegno a favore delle famiglie frequentanti il sistema paritario, così che queste non abbiano ad iscrivere i propri figli nelle scuole statali. Non solo: un bimbo alla scuola d’infanzia di una paritaria costa in media all’anno 2.600 euro (di cui 2000 pagati dalle famiglie), mentre in una statale costa 6.600 euro (tutti a carico dello Stato). Se ne sono accorti molti Comuni, che preferiscono fare delle convenzioni, piuttosto che gestire in proprio un capitolo sempre in rosso. Siamo proprio sicuri che siano le “private” le scuole di lusso o non piuttosto quelle dello Stato? Investire in formazione è “superfluo” come spendere per un oggetto “status symbol”? Impiegare danaro in educazione non è forse un investimento per la crescita futura del nostro Paese?

È legittima la richiesta delle famiglie di educare e istruire i propri figli secondo proprie convinzioni culturali, filosofiche e religiose. Questa richiesta è pure economicamente vantaggiosa per lo Stato. E uno Stato è uno “Stato di diritto” se riconosce a tutti i cittadini pari dignità e assicura loro concreta libertà nell’esercizio di tali diritti/doveri.

*presidente AGeSC
provincia Forlì-Cesena

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