Il giocattolo si è rotto

di Francesco Zanotti

“Terremoto mai visto”. Così il Fondo monetario internazionale ha definito l’attuale crisi finanziaria. Pare non arrestarsi l’ondata di vendite che sta colpendo tutte le borse mondiali, trascinate al ribasso dal panic selling che si estende dall’Atlantico al Pacifico, nonostante il taglio dei tassi di mezzo punto deciso da Fed e Bce mercoledì scorso, dopo il crollo nella notte di Tokyo (-9,38 per cento) e un’apertura drammatica dei mercati europei.

L’effetto domino di cui si è parlato più volte, sta agendo in maniera devastante. Il mondo finanziario, costruito negli ultimi anni su un castello di carte, si sta afflosciando miseramente,con uno sconquasso senza precedenti, se si esclude il tristissimo 1929. Le alchimie finanziarie parevano creare ricchezza dove ricchezza non c’era sotto la spinta di operatori senza scrupoli, spregiudicati e insensibili.

È finito il tempo delle cicale. Ci siamo ipotecati i prossimi trent’anni di lavoro, con i debiti che abbiamo accumulato per comprarci la prima, la seconda e la terza casa, i televisori al plasma, gli iphone, le vacanze alle Maldive, solo per fare alcuni esempi tra i più frequenti. Abbiamo spinto sull’acceleratore dei consumi, convinti che l’economia reale venisse dietro. Invece quella fatta di lavoro vero, concreto, che si tocca e costruisce il futuro da consegnare alle nuove generazioni è rimasta al palo, come sospesa in una sorta di ubriacatura generale che ha fatto credere a tutti, nei vari angoli del globo, che la ricchezza si potesse realizzare con un tocco di bacchetta magica.

Fino a ieri bastava restare seduti davanti a un monitor e pigiare un bottone ogni tanto: comprare a poco per vendere moltiplicato, sembrava un scherzo da ragazzi. Il giocattolo, invece, si è rotto. Le regole dell’economia sono inflessibili, e, prima o poi, i conti devono tornare. Ce lo hanno insegnato i frati francescani nel 1400: il risparmio è un valore e farlo incontrare con chi è in grado di investirlo per farlo fruttare è un’opera da incoraggiare. È così che sono nate le banche, oltre che per fare opere caritative.

Credo si siano smarriti questi punti di riferimento. Si è puntato tutto sul consumo finale, sui cittadini invitati a trasformarsi da formiche in cicale. Abbiamo costruito un paese dei balocchi e ora ci ritroviamo con le orecchie da asini. È il risparmio il motore dell’economia. Occorre puntare sulla liberazione di risorse che mettano in moto un processo virtuoso in grado di creare ricchezza reale e diffusa.

Il denaro non è un fine, ma un mezzo per rendere migliore questo nostro mondo, come ha ricordato papa Benedetto XVI lunedì scorso, intervenendo a braccio nel mezzo della bufera finanziaria. È stato coraggioso il Pontefice, che non si è sottratto a un giudizio sull’attualità più scottante. L’uomo che vuole bastare a se stesso prima o poi crolla, come le immagini con le mani fra i capelli di alcuni fra i più famosi banchieri mostrano con estrema durezza.

Pubblicato mercoledì 8 ottobre 2008 alle 17:30

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