Dobbiamo chiederci chi sono i clandestini. Non sono le vittime della nostra società?

Carissimo direttore,
nel dibattito in atto sul “reato di clandestinità” vorrei sottoporre alla tua attenzione ed a quella dei lettori alcune considerazioni; niente di male se solleveranno un dibattito.

Non è usuale, ma per chiarezza mi qualifico subito in apertura per la posizione precisa che intendo difendere: ritengo un errore politico e un calo dei politici in quella humanitas che fu caratteristica del popolo latino, la proposta accennata di introdurre il “reato di clandestinità”. Infatti con una tale proposta mostriamo paure nostre interiori, incertezze o debolezze culturali e incapacità politiche e gestionali.

Come sempre si è forti con i deboli mentre si rimane deboli con i forti. In definitiva è una manifestazione di forza più che un legittimo esercizio di diritto. Si resta alla superficie dei fenomeni terminali, se vuoi anche delinquenziali, in un processo culturale in atto ben più grande , profondo, inarrestabile e di carattere chiaramente culturale, anche se il suo avvio è economico. Le nostre società opulente, cresciute veicolando verso se stesse beni da tutte le parti del mondo, non per accordi, ma con la forza e le guerre, guadagnandosi anche una posizione di superiorità intellettuale e di civiltà, non potranno resistere a lungo andare alle pressioni dei popoli della fame, vittime di ingiustizie secolari (almeno il 70 per cento della popolazione mondiale). Lo si è visto anche nel campo dell’economia, con l’imperante globalizzazione: i debiti di una nazione hanno messo in crisi tutto il sistema.

Ogni legge d’altra parte, lo si voglia o no, lo si dica o meno, ha una funzione pedagogica in quanto motivata da una precisa mentalità e finalizzata a precisi traguardi. Lo si è constatato con il divorzio prima e poi con l’aborto: partendo da certamente dolorosi e deplorevoli “casi pietosi” si è passati a una generalizzazione che ha generato una mentalità, se non cultura, rispettivamente divorzista ed abortista. Con il “reato di clandestinità” ci si apre alla mentalità del capro espiatorio attraverso la per noi facile e psicologicamente liberante criminalizzazione del clandestino. E chi è poi questo clandestino se non una vittima delle nostre società del benessere che si sentono da una parte aggredite mentre dall’altra sono incapaci di fare giustizia, anche nel proprio interno, e non disposte a rispondere alla prepotente domanda di pane e di libertà? Come ha anche mostrato il recente incontro Onu della Fao a Roma.

E domando: i nostri italiani che emigravano, senza documenti, clandestinamente sulle alpi fredde ed innevate, e spesso vi morivano, per raggiungere la Francia ove cercare una qualsiasi opportunità per guadagnarsi un pezzo di pane per se stessi e per le proprie famiglie erano criminalizzabili? Se la Francia avesse voluto il reato di clandestinità, cosa avremmo detto? Noi giustamente l’abbiamo celebrato come “cammino della speranza”. E non è la medesima situazione, se non forse più drammatica sia alla partenza sia nelle modalità, quella di chi si affida a carrette del mare, aiutati da sciacalli, come allora quelli che accompagnavano i nostri emigranti per abbandonarli poi al loro destino una volta arrivati al confine con la Francia? E in Svizzera non eravamo chiamati “zingari”, noi italiani? E quanto abbiamo giustamente contestato i ricorrenti referendum antiinforiestierimento!

Abbiamo davvero la memoria corta e il cuore indurito! Questo non  è umano, tanto meno cristiano. Direi di più. Ci troveremo in un non tardo domani contro la storia che riconoscerà e onorerà questi uomini, donne e bambini della speranza contro ogni speranza, che sono la disperazione della emigrazione forzata. Parliamo pure, se si vuole, di aggravamento ed è già troppo perché la miseria è un’accusa, non un reato. Dovremmo invece mettere in atto un’intelligente ed efficace selezione dell’immigrazione sulla base di criteri umanitari e culturali e con un’azione di costante relazione con i Paesi di provenienza, con eventuali accordi, e al tempo stesso attrezzarci mentalmente e strutturalmente per una dignitosa accoglienza di quanti siamo in grado di ricevere.

So bene che è più semplice reprimere, ma questo è un comportamento ingiusto e alla lunga perdente, mentre ristrutturarci mentalmente ed economicamente nella convinzione della complementarietà delle culture e nel traguardo della grande e multiforme famiglia dell’umanità, è molto più impegnativo e coinvolgente. E, se mi è permesso, da ultimo, ma non come ultima cosa, un’osservazione da cristiano e prete. Paolo dalla prigione romana rinvia al “padrone” cristiano Filemone lo schiavo Onesimo, per correttezza, scrive, ma aggiunge “non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”.

Le migrazioni oggi urgono a vivere davvero in una Chiesa “pellegrina sulla terra” a rendere efficace nella storia la prospettiva cristiana di una cittadinanza piena e definitiva solo nella prospettiva futura, in quei “cieli nuovi e terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia” (San Pietro, 2Pt 3,13). Cordialmente.
don Silvano Ridolfi

Carissimo don Silvano, non ho tolto una sola riga alla sua lunga lettera. Il tema è di quelli caldissimi che riguarda tutti quanti e di fronte ai quali non possiamo nasconderci. Lei ha centrato perfettamente la questione anche se le sfaccettature della materia sono infinite.

Giro con piacere le sue osservazioni ai lettori, sperando che si possa aprire un vivace dibattito in modo da arrivare ad azioni condivise che abbiano sempre il massimo rispetto per la persona umana, in qualsiasi condizione al mondo si trovi.

Cordialità.
Francesco Zanotti
zanotti@corrierecesenate.it

Una risposta a “Dobbiamo chiederci chi sono i clandestini. Non sono le vittime della nostra società?”

Commenti

  1. Alberto Busato 05 Lug 2008 / 09:59

    Alla base di un ragionamento, se vuole essere costruttivo e non meramente astratto ed enunciatore di principi universali, ci devono essere dei dati di fatto. I quali, non solo devono avere una valenza in sé, ma la devono avere circoscritta alle circostanze contingenti e attuali, che ci riguardano al presente.

    Il paragone del problema dei clandestini di oggi con gli emigrati italiani in Francia di ieri è improprio. Noi dobbiamo limitarci al problema di oggi. E’ un dato di fatto quello della criminalità associata a un numero grande di clandestini. Le carceri italiane sono piene di clandestini che hanno commesso reati. E’ un dato di fatto che un numero elevato di clandestini non può, in quanto non “regolari”, intraprendere un percorso di integrazione. E’ un dato di fatto che una particolare etnia, l’integrazione la rifiuta sic et simpliciter.

    Allora il concetto di “reato di clandestinità” non cade dalle nuvole come una pioggia cappricciosa di primavera. Esso vuole essere, intanto, un deterrente, ma principalmente un “dispositivo” che si reputa necessario per procedere ad una discriminazione o filtro nei riguardi dei potenziali “maleintenzionati”, e nei riguardi di coloro che seriamente vogliono costruirsi una vita nuova. D’altra parte il reato di “varco illegale delle frontiere” c’è sempre stato. Per individui armati e per individui non armati che possono armarsi oltre il confine superato.

    Occorre spendere molte parole per far capire che è dovere dello Stato difendere i propri cittadini da pericoli certi o probabili? Purtroppo il relativismo che genera il buonismo (la famosa sintesi dell’ossimoro il “buono cattivo”), ha contagiato anche in plaghe non sospette. Il “reato di clandestinità” non va considerato, come speciosamente si fa, la difesa egoistica del mondo ricco nei riguardi delle sue ricchezze. Ma come un tentativo di ordine per poter fare con quelle ricchezze un tavolo condivisibile. Senza una regolamentazione, si aprono le porte al disordine che automaticamente distrugge ogni ricchezza.
    Alberto Busato

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