Il fragile coraggio di don Piero Morigi
Il sacerdote cesenate, da anni residente a Forlì, è morto nella serata di lunedì 23 giugno
Don Piero Morigi ci ha insegnato il Vangelo da tre cattedre, tutte e tre impegnative: l’altare, la sua carrozzella, la dottrina sociale.
E oggi, che ci giunge la notizia della sua morte, ci sentiamo come amici che hanno un grande debito con lui: perché egli ci è stato maestro nel comprendere la straordinaria fecondità dell’insegnamento sociale della Chiesa in una formazione cristiana che coniuga una vita di fede con l’impegno a realizzare la beatitudine della giustizia e della pace nella società e nella politica.
Ma la credibilità del suo apostolato traeva forza convincente dalla fortezza con cui portava la sua croce con umiltà , fraternità e accoglienza con tutti, un senso dell’amicizia e della relazione umana, che ci rimane come uno dei ricordi più belli. Vorrei ringraziare gli amici del “Movimento Lavoratori” e delle Acli della parrocchia di Santo Stefano per l’incontro di domenica 6 aprile scorso con Don Piero: erano in tanti, tantissimi a festeggiarlo, ci siamo abbracciati, ci siamo scambiati il dono del libro, come di consueto, e dato l’appuntamento per questa estate a Montevecchio di Forlì… rimane come testimonianza la foto pubblicata su queste colonne.
Don Piero, classe 1942, della parrocchia di Sant’Egidio, vocazione sicura, aveva scelto l’impegno nel mondo operaio perché soffriva, come altri preti degli anni del Concilio, della lontananza o ostilità dei lavoratori nei confronti della Chiesa: c’era in lui una passione per il dialogo, per l’annuncio in un ambiente difficile, che non si scoraggiò neppure davanti alla malattia che progrediva.
Quel prete in carrozzella - mi dice l’ingegnere Paolo Molari, che l’accoglieva alla Sacim negli anni Ottanta - veniva il lunedì nelle pause pranzo ad incontrare gli operai: era aspettato, ben accolto, per l’esempio che dava di fedeltà a una solidarietà che era nello stesso tempo di uomo e di sacerdote con i lavoratori, ai quali svelava un volto nuovo della Chiesa. La maggioranza degli operai era politicizzata in senso ostile, ma il rapporto con don Piero fu molto buono: una missione riuscita. Fra le numerose aziende presso le quali don Piero ha svolto il suo apostolato fra gli operai, si ricordano la Trevi e le Officine Maraldi.
Don Piero univa alla dolcezza e umiltà , che erano sia del carattere sia una conquista, un coraggio straordinario, anche nel prendere posizione sul piano sociale, senza annacquamenti delle encicliche e dei documenti (ricordo il suo entusiasmo per la Gaudium et Spes, la Pacem in terris, la Populorum progressio, la Centesimus annus): le cautele prudenti non erano da lui, e del resto il “coraggio” è sinonimo di fortezza, virtù cardinale.
Gli toccò, come al solito, l’accusa di comunisteggiante, che non lo turbava più di tanto. Don Piero era un formidabile maestro di dottrina sociale della Chiesa, preparatissimo, stimolante. Non solo perché studiava con impegno e si preparava con letture di alto livello, ma anche perché sapeva stimolare pedagogicamente i partecipanti alla “Scuola diocesana di formazione sociale e politica”, intitolata a “La Pira”, nella prima metà degli anni Novanta, proponendo una moderna articolazione in lezioni e seminari.
Conservo le cartelle con le relazioni su “Il magistero sociale della Chiesa dalla Rerum novarum alla Centesimus annus”; “La politica: da Tangentopoli alla Polis”; “Lavoro e soggettività sociale”. C’è non solo il contributo esterno di noti esperti , ma anche una nutrita schiera di studiosi locali, che seppe inserire con approfondimenti di particolare interesse. Don Piero rimase sempre fedele al suo metodo triadico: fotografare la situazione, documentarsi sulla risposta della Dottrina sociale della Chiesa, elaborare le proposte risolutive. Con la passione di sempre le ha riproposte come docente nella Scuola diocesana di Teologia.
Negli ultimi anni abbiamo incontrato don Piero prima a Forlimpopoli, poi a Forlì al “Buon pastore”: dove ha continuato a trovare amici fedeli ed entusiasti, nuovi campi di lavoro, con fratelli che gli hanno voluto bene; il manifesto funebre firmato dal Vescovo di quella Chiesa ne è affettuosa riconoscenza. La celebrazione eucaristica di congedo in Cattedrale, presieduta dal vescovo Antonio, ha riconosciuto il nostro debito con lui.
Giovanni Maroni