I dubbi dopo il “No” dell’Irlanda

“Il nostro futuro sarà europeo o non sarà”

Dopo il ’no’ irlandese al Trattato di Lisbona, la reazione immediata, quasi spontanea è la seguente: l’Europa delle istituzioni sembra non riuscire a venire fuori dalla crisi, le risposte istituzionali non sono comprese dagli elettori. Occorre quindi concentrarsi  sulle politiche. Ciò è vero, ma solo in parte. Impossibile infatti avere buone politiche senza istituzioni adeguate, inutile avere istituzioni riformate se poi non sanno o possono compiere scelte politiche coraggiose. È questo il duplice dilemma in cui oggi si trova l’Europa.

Ma c’è un altro problema: l’Europa non può venire fatta solo per gli Europeisti - va fatta per tutti! Oggi il progetto europeo è incomprensibile. L’Europa non è solo un mercato o una moneta: è la difesa di un modello di società. Il ruolo delle istituzioni Ue non è solo di garantire la concorrenza, ma di difendere questo modello e i valori comuni. L’Europa non è nata per promuovere la globalizzazione tra gli europei ma per difendere gli europei dagli effetti negativi della globalizzazione.

Invertire la rotta oggi diventa ancor più importante perché non viviamo in un periodo di ottimismo ma di insicurezze, e l’ansia spinge alla chiusura, a ripiegarsi su se stessi e non all’apertura.
Oggi l’Europa presenta delle connotazioni molteplici, alcune negative, altre interrogative. È vissuta più come un vincolo - o una virtù - finanziaria che come un progetto che mobilita i popoli. E questo è grave: allontaniamoci dall’Europa e il nostro futuro politico ed economico diventerebbe immediatamente molto più buio.

In questo clima, è forte la tentazione di proporre soluzioni semplici o semplicistiche. Europa diventa allora un utile capro espiatorio per nascondere l’incapacità della politica nazionale a trovare le soluzioni ai problemi della gente. Ma se si attacca o ignora l’Europa dal lunedì al sabato difficile che la domenica i cittadini dicano sì…

D’altra parte, l’Unione europea non riesce a mobilitare anche perché è ancora una democrazia limitata: è rallentata dal veto nazionale, non si vota a maggioranza sui nodi essenziali, il voto popolare non è l’unico fondamento dell’attività legislativa.

L’incompiutezza democratica dell’Europa oggi è un grande freno e crescono le forze che utilizzano tale freno per bloccare la costruzione europea. E’ quindi necessario completare l’Europa politica e democratica perché altrimenti l’Europa non sarà in grado di rispondere alle nuove sfide e di rispondere veramente alle attese concrete dei cittadini: sicurezza, occupazione, protezione…

Il vero punto di non ritorno sarà solo quello politico - non istituzionale, economico, monetario. Cioè il momento in cui la lotta politica diventa europea. Oggi la contraddizione tra carattere nazionale della competizione partitica e dimensione europea e globale dei problemi è sempre più stridente. Le vittime: la politica, sempre più delegittimata; l’Europa, vissuta come lontana e insensibile alle preoccupazioni della gente.

Per questo, ritengo che sia giunto il momento di abbandonare il dogma dell’unanimità. Alcune centinaia di migliaia di elettori non possono negare un futuro comune a mezzo miliardo di europei. Anche le riforme dei trattati vanno fatte a maggioranza. Ecco perché, anche dopo il ’no’ irlandese, i processi di ratifica del trattato di Lisbona devono proseguire nei vari Stati membri. Una volta conclusi i processi di ratifica, i 25 o 26 paesi che avranno ratificato, e che rappresentano ben più di 4/5 dei Paesi dell’Unione, dovranno trovare una soluzione politica per poter avanzare anche a maggioranza sulla via dell’integrazione politica.

Mezzo miliardo di persone hanno intrapreso un cammino comune, milioni di popoli nei Balcani, nell’Europa orientale, anche nel Mediterraneo premono per aderire o avvicinarsi ad un’Unione su cui ripongono molte delle loro speranze. Possiamo noi accettare di bloccare questo processo per lo 0,3 per cento della popolazione Ue (irlandese) che dice ’no’?

Il tempo dei veti è finito. Che si apra quello della democrazia reale, su scala continentale, quello dei referendum europei - e non nazionali - sull’Europa, quello di una democrazia europea veramente vissuta e praticata, e non solo recitata o mimata,

Per una vera democrazia partecipativa noi abbiamo bisogno di più politica. Dovremo cominciare da una vera campagna elettorale europea, nel 2009, in cui le varie forze politiche europee dovrebbero indicare le loro scelte sulle priorità politiche per l’Europa e sulle personalità da eleggere alla presidenza della Commissione europea e del Parlamento europeo. Dovremo poi favorire l’emergere di vere maggioranze - e minoranze - politiche in seno al Parlamento europeo.

Dobbiamo cioè ridare la parola ai cittadini, ripartire dal basso, senza facili demagogie ma consapevoli che - se non possiamo dare l’Europa per scontata - è scontato che il nostro futuro sarà europeo o non sarà…

on.le Sandro Gozi
*capogruppo del Pd alla commissione politiche Ue della Camera

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